La sede della Ubs a Lugano (Credits: Antonio Calanni/AP/LaPresse)
Vuoi il conto cifrato in Svizzera? Bene, allora paga il 34% di tasse sui soldi depositati. E poi anche fino al 48% sugli interessi maturati. Se non ti piace allora rivela nome e cognome. La lotta all’evasione fiscale potrebbe partire da qui. Ovvero dalla firma di un accordo italo-svizzero sulla falsa riga di quelli già in vigore da circa un anno tra il paese elvetico e Germania e Gran Bretagna. E che il premier Monti non ha escluso.
Questi due paesi, infatti, nel 2011 hanno firmato un accordo che entrerà in vigore nel 2013 di questo genere: chi detiene soldi in Svizzera in modo illecito attraverso conti cifrati che garantiscono l’anonimato deve pagare un’imposta secca che oscilla tra il 19% e il 34% del gruzzolo depositato fino a quel momento se di provenienza tedesca e tra il 20% e il 25% se di provenienza inglese (a seconda della cifra).
Alle banche (che in quanto soggette alla legge antiriciclaggio devono chiedere al beneficiario del conto la residenza) l’onere di prelevare i soldi e girarli direttamente nelle casse di Angela Merkel e di David Cameron.
Di più: dal 2014 sui redditi finanziari prodotti dai patrimoni dei cittadini tedeschi in Svizzera verrà prelevata un’imposta annua del 26,275% secco. Mentre su quelli made in UK ne verrannno applicate tre: il 40% sui dividendi maturati, il 48% sugli interessi e il 27% su altri capitali depositati.
Cosa ottiene la Svizzera in cambio? Agevolazioni per l’accesso delle banche elvetiche in territorio tedesco e inglese.
“È il prezzo dell’anonimato” spiega Alessandro Dragonetti, tributarista dello studio milanese Bernoni e associati. “Germania e Gran Bretagna hanno ragionato in questo modo: sappiamo che in Svizzera ci sono soldi non dichiarati. Li tassiamo per disincentivare chi li ha depositati a lasciarli lì, e chi ha intenzione di portarli dal farlo”.
Insomma, i due paesi si sono turati il naso. “Eticamente è discutibile, perché è come accettare l’evasione e tassarla” dice Dragonetti. “Ma è un atteggiamento molto pragmatico che consente di riportare parte dei capitali in casa”.
E l’Italia? “Dietro accordi di questo tipo ci sono anche interessi di tipo commerciale e rispetto a Germania e Gran Bretagna, il nostro Paese è più debole” spiega Dragonetti. “Per questo bisogna vedere se la Svizzera sarebbe, nel caso, disponibile a rivedere i trattati con l’Italia in questa direzione”.
Certo è che il governo Monti è forse il più adatto a firmare una rivoluzione di questo genere in quanto privo di quell’imbarazzo politico che invece ha caratterizzato (e caratterizzerebbe ancora) altri esecutivi di destra o sinistra nel prendere decisioni di questo tipo.
Le stime parlano chiaro: su 4.200 miliardi detenuti nelle casseforti elvetiche, tra 150 e 300 miliardi potrebbero essere italiani. “Chi deve dare il 25% in imposte subito e poi magari anche il 48% sugli interessi ci pensa bene prima di portare i soldi all’estero” commenta il tributarista. “O sono tanti i soldi cifrati oppure rinuncia al segreto. A quel punto, per chi dichiara, servirebbe una norma premiante”.


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