Eulalia e’ nella grande sala da pranzo.
Negli alberghi si pranza sempre a orari improbabili: troppo presto, o troppo tardi. Si va a tavola quando ancora non si ha finito di fare qualcosa di interessante, e si finisce quando e’ troppo in tardi per fare molte altre cose.
Comunque e’ tutto pronto, gli ospiti sono seduti ed Eulalia, che ha vagato per i giardini fino a un minuto prima, si pulisce le scarpe nello zerbino verde e giallo e cerca il proprio posto.
Ci sono tutti: amici, parenti, colleghi, gente gia’ vista da qualche parte, giovani, vecchi, sconosciuti e facce note.
I camerieri scalpitano come puledri, tenendo in mano vassoi pieni di tartine, uova sode, olive ed affettati.
Eulalia cerca di scoprire se abbiano anche briglie, morso e cavezza, ma non ci riesce. Eppure, qualcuno di loro ha la criniera.
Il posto di Eulalia dovrebbe essere li’, nel lunghissimo tavolo in cui e’ rimasta libera una bella sedia damascata in taffeta’ bianco, decorata con gigli d’argento.
Eulalia fa qualche passo, ma all’improvviso, dalla porta spunta l’elefante.
Muove le orecchie e strombazza come un suonatore ubriaco di trombone.
Ha occhi piccoli e scuri, e fissa un punto imprecisato della stanza. Eulalia capisce, e inizia a correre intorno al tavolo.
I commensali sono stupiti, ma non abbastanza da intervenire, cosi l’elefante e’ libero di inseguire Eulalia in lungo e in largo per la stanza. Non si sa bene che intenzioni abbia, ma non sembra amichevole, ed Eulalia non vuole assolutamente farsi raggiungere dal pachiderma dal rauco suono d’ottone .
Eulalia passa tra i tavoli, sfiora le sedie correndo, curva all’improvviso e cambia direzione, ma l’elefante, a passo di carica, non demorde.
E’ strano: come fa un essere cosi’ grande ad avere una coda cosi’ sottile?
Eulalia adesso e’ al mare, o forse in riva a un lago.
Nuota, nuota, parla coi gabbiani e – cosa strana – ora che ci pensa, l’elefante non c’e ‘ piu’.
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Negli alberghi si pranza sempre a orari improbabili: troppo presto, o troppo tardi. Si va a tavola quando ancora non si ha finito di fare qualcosa di interessante, e si finisce quando e’ troppo in tardi per fare molte altre cose.
Comunque e’ tutto pronto, gli ospiti sono seduti ed Eulalia, che ha vagato per i giardini fino a un minuto prima, si pulisce le scarpe nello zerbino verde e giallo e cerca il proprio posto.
Ci sono tutti: amici, parenti, colleghi, gente gia’ vista da qualche parte, giovani, vecchi, sconosciuti e facce note.
I camerieri scalpitano come puledri, tenendo in mano vassoi pieni di tartine, uova sode, olive ed affettati.
Eulalia cerca di scoprire se abbiano anche briglie, morso e cavezza, ma non ci riesce. Eppure, qualcuno di loro ha la criniera.
Il posto di Eulalia dovrebbe essere li’, nel lunghissimo tavolo in cui e’ rimasta libera una bella sedia damascata in taffeta’ bianco, decorata con gigli d’argento.
Eulalia fa qualche passo, ma all’improvviso, dalla porta spunta l’elefante.
Muove le orecchie e strombazza come un suonatore ubriaco di trombone.
Ha occhi piccoli e scuri, e fissa un punto imprecisato della stanza. Eulalia capisce, e inizia a correre intorno al tavolo.
I commensali sono stupiti, ma non abbastanza da intervenire, cosi l’elefante e’ libero di inseguire Eulalia in lungo e in largo per la stanza. Non si sa bene che intenzioni abbia, ma non sembra amichevole, ed Eulalia non vuole assolutamente farsi raggiungere dal pachiderma dal rauco suono d’ottone .
Eulalia passa tra i tavoli, sfiora le sedie correndo, curva all’improvviso e cambia direzione, ma l’elefante, a passo di carica, non demorde.
E’ strano: come fa un essere cosi’ grande ad avere una coda cosi’ sottile?
Eulalia adesso e’ al mare, o forse in riva a un lago.
Nuota, nuota, parla coi gabbiani e – cosa strana – ora che ci pensa, l’elefante non c’e ‘ piu’.
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