di Fabrizio Rusconi
Vorrei parlarvi di uno dei libri più intensi, più belli, più crudi, più poetici che siano mai stati scritti: Viaggio al termine della notte di Céline. Qualche aneddoto sul libro e sull’uomo che c’è dietro, perché per capire il libro, eccezionalmente in questo caso, bisogna fare i conti con l’uomo che l’ha scritto. Louis Destouches, in arte Louis-Ferdinand Céline, era allora un medico e lavorava al dispensario di Clichy. L’aneddotica vuole che l’editore parigino al quale Destouches-Céline recapitò il voluminoso dattiloscritto di oltre novecento pagine scritte fitte fitte, dovette faticare non poco a risalire all’autore. Destouches se n’era praticamente sbarazzato, in maniera furtiva, proprio come facevano una volta le puerpere disperate che lasciavano il frutto del loro travaglio sulla ruota dell'ospizio (oggi ci sono i cassonetti, la spazzatura è concettualmente diventata una cosa di famiglia, ringraziamo il consumismo). Era la vergogna a spingere queste giovani madri rinnegate, la miseria, o la paura che la famiglia non avrebbe capito. E così fa Céline per tutte queste ragioni e per altre che solo lui conosce. Recapita un involto all’editore di cui dicevamo, è la carta usata dalla sua domestica per avvolgerci le pantofole. Dentro la fatica di cinque anni di scrittura. L’involto è, per così dire, adespota: niente nome del mittente né indirizzo. Però c’era un’etichetta ed è così che sono risaliti all’autore.
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