Negli anni ‘80 il fenomeno americano dei graffiti cominciava ad essere studiato in Italia da ricercatori di storia dell’arte contemporanea (vedi, tra i primi, Francesca Alinovi e T. Shafrazi).
Ben presto alcuni graffittisti passarono di pieno diritto dalle metropoli della East Coast ai Musei internazionali, basti citare Rammellzee o il più conosciuto Keith Haring.
Oggi il fenomeno del graffittismo viene da un lato celebrato, dall’altro denigrado e criticato. Per un verso è un’appropriazione di significato all’interno della città, dall’altro è un semplice sporcare i luoghi pubblici. Questi sono i due termini opposti nel dibattito se il graffittismo sia un’arte o un reato da punire. E in questi termini la questione sembra non avere una via d’uscita: due pareri opposti si annullano a vicenda; rimanendo vincolati alla coppia semantica abbellire versus abbruttire (sporcare) tutti i discorsi portano inevitabilmente alla ragione dell’una o dell’altra parte.
Quello che vorrei invece introdurre è un altro concetto, spesse volte sottaciuto, non menzionato forse perché ritenuto implicito nel discorso, ma che può offrirci un altro termine per scavalcare l’infecondo problema se il graffittismo sporchi o abbellisca le città.
L’elemento che prendo in considerazione è quello economico.
Voi tutti vi accorgete che esistono dei luoghi deputati all’affissione di messaggi più o meno persuasivi e che questi spazi sono a pagamento. Nessuno solleva obiezioni sul valore estetico di questi messaggi, e chi si sognasse di strappare questi menifesti o di imbiancarli verrebbe punito con una sanzione.
Il paradosso è che mi è capitato di vedere un’affissione pubblicitaria che riprendeva lo stile del graffittismo (un grande graffito sulla fiancata di un autobus, furbi questi creativi!): quindi un’opera di graffiti art legale, che pagava lo spazio occupato alla concessionaria di pubblicità.
In conclusione il fenomeno del graffittismo nelle nostre metropoli è da inquadrare in un discorso più ampio sul piano economico; per contro, le affissioni pubbliche sono da inquadrare in un discorso più ampio, che riguarda il piano estetico.
Nelle due foto che presento qui sotto sono esposti due esempi:
un’affissione pubblica (in provincia di Vicenza) e un graffito (a Treviso, lungo il Sile).

Quale dei due è esteticamente più bello?
Quale dei due paga una tassa per lo spazio che occupa?
Perché pagando posso avere il diritto di “sporcare” una superficie pubblica e veicolare significati e significanti a persone alle quali il mio messaggio può non interessare affatto (o, se volete, perché camminando per una città devo essere tartassato da pubblicità invasive che mi fano domande, mi mostrano cose che non avrei voluto vedere o mi propongono di comprare oggetti dei quali non saprei cosa farmene?)?
E perché, se il suolo è pubblico, cioé di tutti, non posso io stesso appropriarmi di quello spazio e fare un piccolo disegno - senza incorrere in sanzioni?
19 Ottobre, 2007 alle 9:01 pm
L’hai detto tu stesso: loro hanno pagato, tu no. Ed è per questo che ci sono le sanzioni. Perchè io devo vedere scritte insignifanti sui muri? E’ una questione di rispetto. Perchè il treno che prendo deve essere sporcato? E perchè devo pagare per la pulizia di qualche scrittina fatta da due ragazzini merdosi? Un’altra cosa sarebbe se si acquistasse uno spazio per farci quello che si vuole, un’altro è prendersi una cosa che non ti appartiene. Una cosa che mi disturba. Poi se vogliamo proprio dirlo le tag o i murales sono delle cavolate per tre fattori: perdita di tempo, perdita di soldi e spreco delle proprie potenzialità. Perchè scrivere sui muri quando potresti sfruttare le capacità “grafiche” (ammesso che se ne abbiano)?
30 Ottobre, 2007 alle 11:34 pm
Sapevo che l’ultima mia domanda avrebbe causato qualche risposta “arrabbiata”, magari con parole di bassa lega (”m_ _ _ _ _i”).
Neanche a me piace vedere scritte sui muri e visto che gli strumenti tecnologici ci sono piuttosto che sporcare i muri penso sia meglio scrivere sui blog.
Detto questo quello che voglio sottolineare è che l’immagine della città e della periferia è molto spesso contaminata da cartelli pubblicitari e affissioni che “deturpano” l’ambiente, lo abbruttiscono (magari nascondendo degli alberi, un paesaggio gradevole, un edificio storico, etc.). Questi cartelli possono essere per me insignificanti come le scritte sui muri: non mi interessano le proposte di finanziamento della società X quando visito un parco pubblico, o leggere del detersivo che fa tutto bianco mentre vado in gita al lago.
Eppure, pagando qualcuno ha il diritto di inserire frasi, facce, figure, immagini, che stravolgono il senso di un contesto urbano o suburbano.
Siccome la pubblicità non ci manca (ne siamo anzi pieni), sarebbe più civile, più ecologico, poterla abolire in certi contesti. Se mi si obbietta che è l’economia a trainare il mondo, non credo che senza qualche cartello pubblicitario non compreremo più quel prodotto o troveremo i centri commerciali vuoti.
15 Giugno, 2008 alle 10:08 pm
fosseri tutti kome te man!!!
25 Giugno, 2008 alle 9:20 pm
spotmediapolis ha ragione. Io stesso nella mia città (milano) vedo come muri che potrebbero essere bellissimi con murales di grande qualità artistiche (prendete wirter come blu, dumbo, bros, o gli interno52) io stesso ho fatto murales leciti e illeciti e sinceramente il risultato non è stato sporcare un muro anzi. I muri su cui li ho fatti erano muri pieni di tag sovrapposte. che lo rovinavano. Ci sono persone che mi denuncerebbero ma io penso ke quello ke faccio non è sbagliato. E poi alessandro, che critica sarebbe ke un murales non ha significato? per te forse ma per chi lo fa c’è un significato. Farsi conoscere, esporre una propria idea in un disegno o tanti altri. I cartelli pubblicitari hanno un significato iportante forse? compra il sapone x perchè ti fa una maglietta bella bianca? ma non farmi ridere.. fai pena hai una mente ristretta!
23 Agosto, 2008 alle 11:18 pm
Agosto, 2008…7:24 am
L’ordinanza che verrà: Trieste, contro la pipi’ per strada
Il Sindaco di Trieste sta preparando un’ordinanza contro coloro che fanno la pipi’ per strada, fenomeno che si registra soprattutto la notte accanto a locali pubblici e negozi.
L’obiettivo - dice il sindaco, Roberto Di Piazza - e’ quello di “responsabilizzare i cittadini”. Gli uffici - e’ stato spiegato - sono al lavoro per trovare la formula piu’ adeguata per sanzionare chi, pur in presenza di locali e strutture con toilette nelle vicinanze, fa pipi’ all’aperto.
Oltre che a questa ordinanza, l’Amministrazione comunale sta lavorando per un giro di vite nei confronti di chi imbratta muri, affigge manifesti abusivi, o chi, in generale, sporca e non raccoglie le deiezioni dei cani.
“Bisogna moralizzare - ha detto il sindaco Di Piazza - i cittadini devono essere piu’ rispettosi del patrimonio pubblico”. Per questo ha annunciato un aumento delle sanzioni, che in alcuni casi sara’ - ha anticipato Dipiazza - nell’ordine “dei quattro zeri”. Le zone maggiormente prese mi mira sono quelle del centro citta’ e della cittavecchia.
25 Agosto, 2008 alle 7:10 pm
Cara Rossana, ti ringrazio del tuo commento, che mi porta ad una serie di deduzioni e considerazioni.
Per prima cosa penso che a Trieste molte persone urinano allegramente sugli edifici del centro storico. Altrimenti perché vietare atti o comportamenti che non nessuno - o pochi - commettono? C’è una legge che vieta, pena una multa salata, di darsi una martellata sulla mano? O una legge che vieta di urinarsi addosso in centro storico?
L’altra considerazione è che nella “modernità liquida” (Cfr. S. Baumann) i divieti sembrano spuntare come funghi. Ed è una cosa che dispiace, perché significa che malgrado i nostri giocattoli tecnologici che ci portiamo appresso (iPod, cellulari UMTS) che indicano l’alto livello scientifico e tecnico della nostra società, il nostro senso civico e la nostra etica civile si sono notevolmente abbassati, degradati, perduti.
A Vicenza chi, su una panchina pubblica, non cede il posto ad un anziano, alla sua badante o ad una donna incinta, va incontro a sanzioni pecuniarie. Certo è giusto. Ma ne deduco che gli abitanti di Vicenza, se hanno bisogno di una legge come questa, non devono avere un senso civico di un certo spessore.
Sempre a Vicenza, il parco cittadino (parco Querini) può forse essere definito il “parco dei divieti”. Ne parlo nel post successivo, che ti invito a leggere.
Grazie ancora per il tuo commento e a presto.
28 Novembre, 2008 alle 6:25 pm
io odio la pubblicità. i writers sono veri e propri artisti. di capacità grafica ne hanno eccome perchè vorrei provare a mettere alessandro a fare un graffito e vedere se ne è capace, oppure anche un pittore o un grafico di web.
il fenomeno dei murales stanno a significare la necessità di espressione, ma espressione di spazio. c’è fame di spazio. nelle metropoli questa necessità è molto sentita. alessandro vivi in una metropoli? bè se vivi in una metropoli forse devi ancora sentire il bisogno di uscire da quel caos, se invece non vivi in una metropoli non puoi capire i writers.