mercoledì, 19 novembre 2008

Per te, amore mio.

Non so trafficar coi soldi, ne’ coi sentimenti.

Forse un destino, un fato avverso, oppure l’ingerenza della Chiesa, che quella, in qualche modo, c’entra sempre.

Ci hanno provato sai? A farmi cambiare, a spazzolarmi il cuore per ripulirlo della fiducia che nutro verso il prossimo.

Vani tentativi… tentativi vani, m’avrebbe corretto un’amica.

Eppure continuo a sentirmi Uomo, quindi più fragile, più incline all’errore, perché gli uomini sono perfettibili, ed io sono uomo.

Quelli che si travestono da buoni, nascondendo fattezze di bestie, s’aggrappano, ti spogliano, lacerano i sogni e ne fanno volare i frammenti, li spargono dove non è possibile riprenderli, seppur in parte.

Si sono aggrappati anche a me e non mi hanno trasformato.

Continuo a sbagliare, a non riconoscere l’inganno. Continuo a camminare verso la meta, e so che condividi questa scelta.

Riuscirò a ricoprirti d’oro, ma non sarà luccicante. L’oro di cui ti rivestirò sarà solo il prezioso dono che la vita mi ha fatto, ciò che Dio ha voluto per me: il non saper trafficare coi soldi ne’ coi sentimenti.

E sto ad attendere, forse c’è ricompensa.

Intanto

chiedo perdono

o scusa, se non c’è dolo.

Non so trafficar coi sentimenti… non so se sia un’attenuante. Oppure dovrei imparare a discernere l’amore dall’amore.

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categoria: pensieri, vita, frammenti, dediche
domenica, 16 novembre 2008

E mi imprigiono

E mi imprigiono tra pensieri e idee
tra speranza e disperazione.
Cammino tra le macerie di questo mondo
e divento maceria
rovina
frantumi di certezze
frammenti di urla gettate al vento.
E vinco la monotonia
giocando ad essere
istinto
amore
indescrivibile saggezza.
E mi imprigiono tra la noia e l’inesistenza
tra la monotonia e l’allegria.
Resto sospeso e attendo.
Verrà un cielo nuovo
ci sarà una nuova terra.
Forse vivremo tra gli spasimi della negligenza
e la tranquillità delle certezze.
Uomini e non più uomini
dei che posseggono l’eternità
promessa divenuta realtà
e saremo Uomini e non più uomini.
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categoria: poesie
domenica, 16 novembre 2008

E dopo basta.

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categoria: cronaca
domenica, 16 novembre 2008

Spazi vitali

Non riesco a capire come si possa essere tanto ciechi e sordi.
Mettendo da parte il caso di Eluana, del suo prossimo assassinio, non riesco a capire come si possa non comprendere che questa sentenza di morte è un "paradosso apocalittico", come lo ha definito il Gentile, filosofo del diritto nell'Antica Università di Padova.

"Il diritto serve a richiamare la re­sponsabilità personale di fronte a un evento. In questo caso si è sovvertito tutto e per la prima vol­ta una legge servirà per togliere responsabilità a un padre che de­cide di dare la morte alla figlia. La quale oltretutto non è in stato di coscienza e quindi non è in gra­do di affermare cosa pensa vera­mente. Per me è un paradosso che scuote le fondamenta giuri­diche della nostra comunità, qualcosa di apocalittico e non da minimizzare".

Come si fa a non comprendere che è in atto un regime che vuole "cancellare" dalla faccia del mondo le persone che ritiene inutili? Hitler, al confronto, giocava a fare la guerra.
Verrà il turno di chi non produce: i disoccupati, gli handicappati, gli zingari, i vecchi e provate a immaginare quanta altra gente. 

Forse siamo davvero troppi per le risorse del pianeta, ma perchè non tirare a sorte anzichè permettere a pochi di decidere per il resto dell'umanità?

Io sono pronto a lasciare il mio spazio ai diseredati.

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categoria: pensieri, cronaca, attualità
sabato, 15 novembre 2008

Busti: vita di Eluana, relazione d’amore


 DA MILANO

 PAOLO FERRARIO

 « Q
uesta tragedia mi addolora e scon­volge: che valore ha, oggi per noi oc­cidentali, la vita umana? Critichia­mo tanto Cina e Stati Uniti per la pena di morte, ma non vedo mol­ta differenza con noi. È uno stato di dirit­to quello in cui si può condannare a morte un innocente?». Sono le brucianti domande che, dal giorno della sentenza, non abbandonano i pensieri del vescovo di Mantova, Roberto Busti. La storia di E­luana la conosce molto bene, essendo stato, per sedici anni, fino all’ottobre del 2007, prevosto di San Nicolò a Lecco. Più volte, anche recentemente, ha fatto visita alla giovane e, ogni volta, è uscito con u­na convinzione granitica: Eluana perce­pisce il grande amore del quale la circon­dano le suore Misericordine. «Come si fa a dire che non ha relazioni con il mondo esterno?», si domanda nuovamente il vescovo. «Ogni volta che sono andato a trovarla – prosegue – mi ha regalato un battito di ciglia, un so­spiro, anche un segno impercettibile ma che testimonia il suo modo di rela­zionarsi. E la vita umana non è autoco­scienza totale, ma è espressione di un relazione d’amore con chi ci sta accan­to. Se, insomma, la questione è: Eluana ha relazioni profonde? È amata? La ri­sposta è soltanto una: sì».
  La situazione della giovane lecchese è
molto simile alla condizione dei tan­ti bambini incontrati da Busti alla Casa del Sole di San Silvestro di Cur­tatone, vicino Mantova, che da qua­rant’anni assiste i disabili con cere­bropatie. «Durante la visita – ricorda con commozione Busti – una ragaz­zina autistica mi si è avvicinata. Per un po’ di tempo mi ha “annusato” e poi, all’improvviso, mi è saltata al collo scoccandomi un grosso bacio sul­la guancia. Poi è sparita e non si è più fatta vedere. Io non so quale capacità di sentirsi al mondo abbia quella ragazza, così come non lo posso sapere di Elua­na, ma so per certo che ha manifestato nei miei confronti un atto d’amore».
  Infine, Busti vuole rivolgersi, ancora u­na volta, al padre di Eluana, Beppino, al quale ha anche scritto una lettera: «Ha ottenuto ciò che chiedeva, adesso lasci sua figlia alle suore Misericordine per le quali la vita di Eluana ha ancora un
grande valore».
 Il vescovo di Mantova, per 16 anni prevosto a Lecco, dice al padre: «La lasci alle suore»

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categoria: cronaca
sabato, 15 novembre 2008

AnaulE

Dormiva, era morta, svenuta?

Non lo sapeva, era solo cosciente della mancanza di percezione.

Un giorno, benedetto o maledetto, non sta a me giudicare, il destino volle che Mary affrontasse la prova più infame che la vita potesse riservarle: perdere il contatto con la realtà, quella che aveva conosciuto fino a un istante prima. Quel “tipo” di realtà che ti fa piangere o ridere, eccitare guardando negli occhi l’innamorato, prendere tre in matematica o essere bocciati all’esame di guida.

Sto scrivendo senza occhiali, ci vedo poco e male. Il monitor lo devo tenere a non più di dieci centimetri dagli occhi, altrimenti scompare, non esiste, continua ad essere un oggetto presente solo nella mia mente.

Scusate la divagazione, era per farmi perdonare qualche errore di battitura. ;) (Perdonatemi anche l’uso dell’emoticon, ma non riuscivo a rendere diversamente l’idea).

Dicevo di Mary.

Lunghi anni ad aspettare una presa di coscienza, anni in cui l’unica speranza era riposta nell’attenta cura di infermieri e volontari.

All’inizio qualcuno provò anche a parlarle, ma lei viveva la sua realtà; il monitor era a più di dieci centimetri dai suoi occhi.

Lunghi anni ad aspettare che la cosciente mancanza di percezione, divenisse presenza e qualcuno si accorgesse di lei.

Aprì gli occhi un istante prima che sorella morte tagliasse il filo che la teneva ancorata alla realtà precedente: “Dio! Non riuscite a comprendere che siete voi che non avete percezione del mio essere?”.

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giovedì, 13 novembre 2008

Il mondo che sarà

“Ah, dimenticavo di dirvi che tutto questo deve rimanere tra di noi”. - disse il generale con tono persuasivo prima di chiudere la porta alle sue spalle.

I convenuti si guardarono e nei loro sguardi fu facile leggere il raccapriccio.

Il silenzio scese come colla liquida e appiccicò i rumori nelle imbottiture delle poltrone. Nulla si udiva se non il respiro dei presenti e qualche lungo sospiro che serviva, ad alcuni, per stemperare l’orrore.

“D’altra parte, credo non ci sia altra soluzione”. - la voce del russo Budimir spezzò il sortilegio.

Il traduttore simultaneo ripeté la frase in sette lingue. La voce meccanica si propagò nel salone dei congressi e si perse sui muri imbottiti, echi stantii caddero sul pavimento di moquette bordò e si persero tra le sue maglie fitte.

“Ne siamo sicuri?”. - chiese Atsuyo, primo ministro giapponese, donna di grande temperamento e forti passioni.

“Abbiamo valutato tutte le possibili alternative, non c’è altra via da perseguire”. - rispose l’italiano Rinaldi, più per dovere che per convinzione.

“Quando avete intenzione di cominciare?”

“Praticamente subito. Non abbiamo altro margine di tempo. Le scorte alimentari sono ai minimi storici, la delinquenza comune aumenta in modo esponenziale giorno dopo giorno, la mafia ha ormai il monopolio di tutte le grandi risorse del globo. Noi abbiamo il dovere di intervenire e non è detto che la cura sia meno dolorosa della malattia”.

Atsuyo abbassò la testa e iniziò a tamburellare con le dita sul tavolino.

“L’esercito interverrà con azioni mirate. Cominceremo dagli zingari, poi sarà il turno degli stati dell’India, quelli più poveri. Si passerà, in un secondo tempo, all’Africa nera, per poi arrivare - e questo sarà l’atto più doloroso - alla Cina. Ma tutto dovrà sembrare normale. Nessuno dovrà scorgere in ciò che accade il segno di un istinto di conservazione delle nazioni più potenti”.

Atsuyo scosse la testa: “Ci saranno centinaia di milioni di vittime”.

“No, primo ministro, saranno miliardi. Quattro miliardi e duecentocinquantamila, per la precisione. Non deve farsene una colpa, pensi al suo popolo, ai suoi affamati, alla disoccupazione dilagante, ai senzatetto. Non possiamo continuare ad affamare i nostri figli per tenere in vita quella gente”.

“C’è posto per tutti”. - provò a dire lo spagnolo Ramos.

Lo sguardo glaciale del presidente statunitense gli raggelò il sangue nelle vene.

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categoria: incipit
martedì, 11 novembre 2008

Che meraviglia

Era disperato.

Alzo lo sguardo al cielo, gli sembrò l’unica cosa utile che, in quel momento, potesse fare. Migliaia di spilli punsero i suoi occhi. Li stropicciò e la frustrazione  usurpò il desiderio di farlo ancora.

“Non si può guardare il sole se non si è luce” - pensò.

I viandanti portavano a casa le borse della spesa. Ventiquattrore celavano segreti infami o mezzi panini del pranzo svogliato.

“Che meraviglia” - pensò di nuovo.

Un gatto girovagava alla ricerca di avanzi puzzolenti, mentre un vecchio cercava di allontanarlo roteando il bastone: “Via, brutta bestiaccia”.

Il colore cupo dei palazzi della metropoli vomitava fuliggine, incrostazioni di follia collettiva, progresso ingiallito dalle oscure trame della civiltà.

Panni stesi, gocciolanti di noia e lavoro, di solitudine e esistenze accelerate, corse che non si fermano se non un attimo prima della morte, si affacciavano quieti da un parapetto.

Due ragazzi si baciavano, stretti nel caldo tepore dei loro aliti.

Uccelli starnazzanti sfrecciavano nel cielo terso di un’estate afosa. I piccioni, tranquilli, attendevano briciole.

“Vorrei potermi accontentare anch’io delle briciole, ma non ho briciole”.

Un disoccupato attendeva la sua dose di fortuna. Giovani scellerati scippavano una stanca vecchina. Gli immigrati vantavano la loro merce ed il colore della pelle, distinguo, linea che spezza a metà l’uomo e l’umanità.

“Che meraviglia”

Alzò di nuovo lo sguardo, gli occhi lacrimarono ancora.

“Che meraviglia la normalità”.

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categoria: frammenti
martedì, 11 novembre 2008

Amici e parenti tutti...

Adesso ditemi dove siete, lo pretendo.

Siete entrati senza bussare, vi ho accolti, vi siete cibati del mio pane e del mio sorriso, avete pulito le vostre luride scarpe sul mio zerbino nuovo.

Dove siete?

Pensavo fossero baci. Avete mordicchiato la mia pelle, prima dolcemente, poi sempre più ferocemente. La mia carne ha sanguinato e non vi è bastato; le vostre unghie hanno voluto graffiare il mio cuore, fino a farmi gridare dal dolore.

Vi ho dato lavoro, dignità, ricchezza e voglia di farcela.

Adesso, che avete spento le luci della mia casa, uno straripante fiume di eventi sta inondando la mia vita… e non so più esserci.

Voglio lasciarmi andare.

Cadere.

Dove i sogni somigliano a stelle che non brillano.

Questa è la vostra vittoria, ripongo le armi. Imprigionatemi, giustiziatemi, ammanettate ciò che resta della mia esistenza affinché non possa più donare.

Perché questo voglio.

Non ho più che misere ossa senza un brandello di carne, sono vostre anche quelle.

Finirò, prima o poi, e dovrete cercarvi un’altra vittima.

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categoria: riflessioni
lunedì, 10 novembre 2008

E intanto...

Clonata proteina che colora i fiori

Ricerca olandese coordinata da italiana, arrivera' la rosa blu

(ANSA) - ROMA, 9 NOV - Un gruppo dell'universita' Vrije di Amsterdam, coordinato dall'italiana Francesca Quattrocchio, ha clonato la proteina che colora i fiori.Diventa cosi' possibile ottenere fiori geneticamente modificati in modo da avere i petali blu ed e' gia' scattata la corsa per brevettare la prima pianta di rose di questo colore. Francesca Quattrocchio ha lasciato l'Italia da circa 20 anni per lavorare in Olanda. La nostalgia del suo Paese c'e', 'ma - ha detto - so che non tornero' prima della pensione'.

 


E intanto...

  
Metteremo una bella rosa blu sulla loro tomba, se mai ne avranno una.

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categoria: pensieri, news, notizie