Cento anni dalla nascita di Altiero Spinelli, un pensiero ancora attuale.
Oggi ricorre il centenario dalla nascita di Altiero Spinelli, comunista e federalista, uno dei maggiori teorizzatori e realizzatori italiani del progetto europeo.
Il suo messaggio e le sue idee per una politica italiana e per dei partiti, troppo volte ripiegati su stessi, conservano, in quanto in grande parte non attuate, una profondissima attualità.
Autore, insieme ad Ernesto Rossi e ad Eugenio Colorni, del Manifesto di Ventotene durante il confino fascista per celebrarlo da questo blog riporterò qualche suo passaggio che più mi intriga del suo pensiero.
Dal manifesto di Ventotene:
“la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale”.
Il rapporto di Spinelli con la teoria e la prassi del comunismo e con il partito Comunista non fu mai banale e scontato; anzi fu sempre improntato a spirito di ricerca ed innovazione.

“In un dibattito con me stesso che è durato anni, ho cercatodapprima di mantenere in piedi la visione intellettuale e politica, sulla quale avevo fondato la mia vita, che costituiva la giustificazione morale alla mia prigionia, e che tuttavia mi si andava sfaldando ogni giorno di più. Con accanimento dimostravo e ridimostravo ai miei compagni di prigionia e a me stesso che la dottrina comunista andava riveduta e aggiornata, ma che restava valida, anche se se ne abbandonava il fondamento filosofico materialista, anche se non si accettava più l’ineluttabilità del passaggio del capitalismo al socialismo, anche se la teoria del plusvalore era falsa, anche se l’interpretazione leninista dell’imperialismo era inconsistente, anche se fascismo e nazismo non potevano essere considerati espressioni della dittatura della borghesia (...). Non cercavo la confutazione del comunismo, ma la sua verità (...).”
E al momento dell’abbandono del Partito Comunista nel 1937:
“(...) Sono passato nel campo di coloro che non sempre riuscivano, ma almeno si proponevano, di limitare il potere, necessario ma demoniaco, dei governanti, di metterlo al servizio della comunità, di garantire la libertà dei cittadini (...)”.
Particolarmente curioso quasi a dimostrare, già agli esordi, di un antifascismo solo di maniera (e la continuità tra il prima e il dopo la caduta del fascismo) è questo pezzo tratto da una lettera del 3 agosto 1943 che Altiero Spinelli, ancora in carcere, invia ad Ernesto Rossi, una volta caduto il regime:
“Vorremmo che tu facessi di tutto per sollecitare presso il Ministero degli Interni i provvedimenti necessari per la nostra liberazione. E’ veramente una incomprensibile assurdità che a distanza di più di una settimana dalla caduta del regime fascista, noi che ci troviamo qui per il nostro antifascismo si sia ancora prigionieri, mentre sui giornali si osa vantare ‘la sollecitudine con cui si sono liberati carcerati e confinati politici’. Qui, ripetiamo, non solo non è partito ancora nessuno – cosa di cui si potrebbe infine dar colpa alla mancanza dei mezzi di trasporto – ma non è nemmeno stato comunicato a nessuno che sia stata decretata la sua liberazione.”.