Nello scontro fra Occidente, terrorismo, islam e nuovi equilibri internazionali la cultura giocherà un ruolo chiave per la sopravvivenza delle liberaldemocrazie.





Con la prefazione di Renzo Foa e interviste a Sergio Romano, Carlo Pelanda, Massimo Cacciari, Francesco Alberoni, Gennaro Malgieri. Nel libro vengono anche analizzate figure come Tariq Ramadan, Toni Negri, Luciano Canfora, Nicolas Sarkozy e altri ancora nel tentativo di tracciare un modello per capire un mondo sempre più complesso.


Cronache Luterane è sintonizzato sulla onde della nu-jazz di Nicola Conte




Potrei cominciare questo breve intervento con una citazione, tra i preferiti ci sono Tocqueville e Leo Longanesi. Il primo per un omaggio ai padri del pensiero democratico. Fine nell’analisi, quanto pragmatico nella comparazione con la realtà americana del tempo. Il secondo – altrettanto intelligente - per ricordarci che siamo in Italia e tutto va dimensionato al Paese, nel bene come nel male. Lo affermo con tristezza, quasi con rassegnazione, ma vedremo più avanti perché. Per il momento rinuncio alla citazione la farò in conclusione. Qualche anno fa quando cominciai a scrivere cronaca giudiziaria per la Gazzetta del Mezzogiorno, sapevo di muovermi in un contesto dove Sacra corona unita, Camorra e N’drangheta proliferavano, ma fondamentalmente ero convinto di trovarmi nell’isola felice della Lucania. Era quello il territorio di cui mi occupavo. Avevamo un po’ di tutto, c’era stato anche un periodo cruento, che i siciliani chiamerebbero di “ammazzatine”, ma era passato. Come nei menù, la Basilicata proponeva giusto un assaggino di tutto, senza esagerazioni. Mai avrei immaginato quanto amaro sarebbe stato il boccone da ingoiare e quante considerazioni che superavano i confini della semplice cronaca avrei poi fatto.
Spesso quando sentiamo la parola democracy bulding oppure state bulding, subito pensiamo ad aree remote, laggiù verso il Medio Oriente. Fondamentalmente le associamo a zone lontanissime dall’evoluto Occidente. Pensiamo alla ricostruzione dell’Iraq o dell’Afghanistan, dove occorre costruire le fondamenta di uno Stato. Le istituzioni indipendenti, l’amministrazione, i partiti politici e poi serve innescare tutte quelle dinamiche che appartengono alla sfera simbolica, quella meno razionale degli uomini, ma non meno importante. Sono la fiducia verso le istituzioni, la voglia di cooperare all’interno di una comunità, la necessità di condividere un’identità. Il senso laico di cittadinanza, che trasforma un suddito in cittadino. Là, pensiamo, ne hanno proprio un gran bisogno, “poverini” probabilmente non hanno mai vissuto in una comunità libera e democratica. La prima conseguenza della mia esperienza è che quando sento queste parole: democracy bulding. Non penso subito all’Iraq, la mente corre verso alcune parti del nostro Paese, dove non è garantito lo stato di diritto o non c’è proprio lo Stato. Mi sono occupato per anni di politica estera, tante teorie le ho solo lette e studiate, ma l’esperienza avuta nelle aule giudiziarie mi ha fatto toccare con mano i meccanismi con cui uno Stato si costruisce oppure... si smonta, si distrugge. Dentro quegli ampi stanzoni, con le luci al neon, spesso affollati, dove si incrociano sofferenze ed empietà, “delitto e castigo”... qualche volta succede!... ho avuto la fortuna di essere testimone di quei processi. Magari in scala ridotta, ma sufficienti... per convincermi che la democrazia funziona, quando corre sulle gambe delle persone. Di come possa funzionare bene, di come lo Stato, se vuole, può fare tantissimo, perché dotato di una forza senza pari, se c’è volontà. La differenza che passa fra un territorio dove non è garantita la legge e soprattutto l’art. 3 della Costituzione ed altre dove la regola della legge funziona e la democrazia è viva e vegeta, dipende da poco. Poche persone che fanno umilmente il loro dovere, possono provocare una vera rivoluzione. I meccanismi della democrazia – bene o male – i nostri padri ce li hanno consegnati. Basterebbe farli funzionare. Un giudice che fa il suo mestiere, un poliziotto, un giornalista, un pubblico amministratore e un semplice cittadino possono determinare l’innesco di quei meccanismi che creano democrazia, che fanno percepire la presenza dello Stato e la sua forza benefica. È la grande scoperta che ho fatto, assieme alla consapevolezza che questo messaggio non deve passare, purtroppo. Se oggi nel Mezzogiorno stiamo regredendo verso un governo delle oligarchie, non è tanto per la forza di queste ultime, tanto per l’inerzia di tutto il resto. In questo scenario la stampa, l’informazione aveva ed ha un ruolo fondamentale. In questo caso una colpa. Primo, non è riuscita a comunicare i cambiamenti che avvenivano al di fuori dei confini della “provincia” ristretta, coltivando un nostro gradissimo difetto che è la presunzione accoppiata alla scarsa ambizione. Nell’ultimo decennio si sono susseguite rivoluzioni continue che non hanno prodotto nulla al Sud, perchè neanche percepite. Secondo punto, i giornali sono spesso la fotocopia del resto della comunità. Occupati e spesso diretti da terminali di quel “tribalismo politico” che ha invaso tutto, ogni ambito della società. Se fai giornalismo d’inchiesta e ti limiti a navigare in superficie va tutto bene, appena vai un po’ a fondo, devi incominciare a guardarti le spalle. Lo affermo nella consapevolezza che ci sono tanti colleghi che la schiena dritta ce l’hanno avuta. Tanti colleghi e tanti magistrati che hanno pagato in prima persona la loro coerenza. Anche loro hanno visto lo sfascio totale dello Stato. Le istituzioni e le leggi usate come semplici strumenti per l’esercizio del potere personale. L’omicidio usato come uno dei tanti mezzi da utilizzare nel confronto politico. Penso che dall’Italia dei Borgia grandi cambiamenti non ce ne siano stati. Quando le istituzioni sono percepite dai più come simulacro del potere e non del diritto... dov’è la democrazia? Dobbiamo capire il legame fra virtù private e qualità pubbliche, altrimenti il problema non lo risolviamo. Quando la comunità è debole i vizi privati che vanno al governo diventano vizi pubblici.
Nel nostro paese «Non è la libertà che manca; mancano gli uomini liberi».

Sogna di stare in Siberia, lontano dal mondo dei grandi, Valentina, ragazza adolescente cui piacciono i Led Zeppelin. Sua madre Emma - Isabella Ferrari - è un’anima finita nel vortice di un destino amaro, che non perde la capacità di sorridere: «la sua voglia di vivere, questa sua luce, rimane forte anche nella tragedia», commenta l’attrice nel making of del film Un giorno perfetto, parlando del suo personaggio. Suo padre, Antonio - Valerio Mastrandrea - poliziotto addetto alle scorte, ha gli occhi da buono, ma agisce seguendo l’istinto animalesco della violenza, fa vincere il lato oscuro dell’uomo. In lui la battaglia quotidiana fra bene e male ha un esito potentemente tragico. È la volontà personale, il libero arbitrio che determina le scelte di questi personaggi? Lo abbiamo chiesto al regista Ferzan Ozpetek. «Assolutamente sì. Ma può essere non solo una questione di scelte personali. Tante volte nella vita avvengono delle cose determinanti. Chi è carnefice e chi è vittima non si sa». LEGGI L'INTERVISTA COMPLETA SU «LIBERAL» DI OGGI pag. 20/21

Tariq Ramadan è uscito in Italia con Islam e Libertà. È un «libro introduzione» come lo definisce l’autore, che tenta di rispondere alle accuse d’ambiguità e di essere «un intellettuale controverso». Il Corriere della Sera del 23 titola «L’ambigua autodifesa di Tariq Ramadan», ed è una sorta di pietra tombale sul pensiero di questo intellettuale. Mai intervento fu meno tempestivo. Se c’è un libro dove finalmente Ramadan risponde a tono a tutte le accuse d’ambiguità, che hanno generato le sue teorie, questo è Islam e Libertà. Nei suoi precedenti lavori il linguaggio accademico e una certa “melina” intellettuale, lasciavano aperti molti dubbi sull’interpretazione del concetto di modernità interno al mondo musulmano. Come se l’autore volesse lasciare aperte troppe porte. Una conferma al sospetto di Taqiyya, la dissimulazione ammessa dalla cultura musulmana, con l’obiettivo poi di islamizzare la modernità e l’Europa. Ora invece Ramadan non si tira indietro e risponde, con linguaggio finalmente chiaro e semplice.... (continua)
Cai lascia il tavolo? In tutta la vicenda Alitalia di certo c'è che l'Italia non è cambiata. Si è voluta mischiare politica ed economia. Berlusconi ha "sinceramente" tentato un salvataggio, ma alla sua maniera. Ha messo insieme un gruppo d'imprenditori sotto la bandiera italiana. Ha strizzato l'occhio a quelli recalcitranti e ha preparato sul tavolo solo la polpa della compagnia aerea. Ci siamo dimenticati che da anni Alitalia funge da collettore per Air France e la fusione era già attuata nei fatti. Mancava il sugello amministrativo e legale. Col piano “Fenice" il cosumatore non avrebbe avuto nessun vantaggio: meno voli a prezzi più alti. Il contribuente si sarebbe trovato a pagare i debiti anche dell'Air One di Toto (e non è detto che il conto non lo paghi comunque). Alla faccia della trasparenza e del mercato. Un regalo ai nostri malconci imprenditori. E una guerra tra poveri ormai. Non è sfuggito a molti la concomitante battaglia per il comando di piazzetta Cuccia. Dove ha vinto la linea Geronzi (pro Berlusconi). In prospettiva una rivincita rispetto all'attacco al Corriere della Sera di qualche anno fa portato dai "furbetti". Ancora una volta niente di buono per il cittadino/consumatore (quest'ultima funzione esercitata sempre più con parsimonia visti i tempi). Insomma ci si batte per ciò che rimane del capitalismo italiano - ormai un fantasma - e non si fanno gli interessi né dei dipendenti Alitalia né, tantomeno, quelli del contribuente.

Sul Corriere della Sera di oggi Angelo Panebianco scrive di «facili profezie» mettendo sull'avviso chi ripropone lo spauracchio del Ventinove. Ha ragione, la storia non si ripropone mai sotto le stesse spoglie, però vorremmo far notare come esistono alcuni aspetti che in Europa non riusciamo proprio a comprendere. Questa crisi era prevedibile, riproponiamo un nostro articolo del marzo scorso - tanto per capirci. Il problema fondamentale è che i sistemi economici come quelli finanziari possono essere indirizzati, difficilmente gestiti o governati, anche se questa parola viene spesso usata: «governare la globalizzazione». Che servissero regole era chiaro e Paulson segretario al Tesoro Usa ha varato una poderosa riforma, i cui risultati potremmo vedere solo nel lungo termine. Il punto negli Usa è uno: metter sotto le stesse regole banche e tutta quella genia di attività finanziarie e parafinanziarie, che spesso sfugge a norme stringenti. In Italia formalmente siamo al riparo, ma è pura ipocrisia. I nostri grandi istituti di credito, che oggi vantano scarse perdite «ufficiali», da anni gestiscono queste operazioni in Lussemburgo o altrove. Decidono poi di scaricare le perdite quando è più conveniente, oppure le spalmano sul lungo periodo. Sono, insomma, più "furbacchioni" di quei "fessi" di americani che quando sbagliano, pagano. Secondo punto, se Usa ed Ue introducessero norme ancora più stringenti, il sollievo e la tranquillità sarebbe di breve periodo. In tempo di globalizzazione - scusate se ripeto questo termine come un mantra - basta che qualcuno degli attori non rispetti le regole e il sistema zoppica subito. I capitali fluirebbero in quei Paesi dove le normative sarebbero più permissive. Terzo, Ben Bernanke è stato scelto come comandante della Fed proprio perché si è specializzato sulla Grande Deressione. E ha imparato una grande lezione: contano i numeri, ma anche il clima. Le banche falliscono, ma se il cittadino-consumatore ha fiducia nel sistema, non si scatena il panico. Ora dovremo vedere se a vincere sarà la «distruzione creatrice», che vedrà gli Usa ancora in sella, dopo un berve periodo di assestamento, oppure la taeoria del «declinismo», come la chiama Panebianco. E poi.. un consiglio ai piccoli risparmiatori: attenzione i "grandi" possono guadagnare fino ad un minuto prima del crollo.
Gli scricchiolii di Lehman brothers già si sentivano in primavera, Aig è arrivata quasi di sorpresa, ma se leggi l’elenco delle banche fallite o salvate ti accorgi che sta finendo un sistema che durava da quasi un secolo. Una rete attraverso cui passavano tutti gli istituti finanziari mondiali, tutti quelli che volessero avere un ruolo – se pur piccolo – nel grande sistema della finanza globale. Giulio Tremonti ha un bel mostrare un’Italia “vergine” dall’intossicazione dai prodotti derivati, vedremo tra qualche mese. Ricordiamo che negli ultimi anni abbiamo avuto il record di licenze per attività finanziarie, i cosiddetti presta soldi, veri cavalli di Troia, con alle spalle banche che poi cartolarizzavano i debiti. Se c’è una sicurezza per il nostro Paese, vorremmo ricordare al ministro Tremonti, è che sono rimasti in pochi a poter investire. La povertà ci ha messo al riparo dalla miseria.













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