Ci sono delle opere d’arte, delle fotografie d’assieme e dei soggetti letterari che hanno la capacità di fornire un quadro istantaneo ma completo di una situazione, persino di un momento storico.
Questi sono i giorni, infatti, del post Vaffanculo Day ma anche i giorni in cui la polemica sta di nuovo montando su casi giudiziari, quello Unipol-Bnl, che lambiscono o riguardano direttamente alcuni politici italiani di entrambe gli schieramenti.
Ieri, con tutto il rispetto delle vere opere d’arte, questo pregio descrittivo, ma in negativo, ce l’ha avuto la trasmissione di Riccardo Iacona “W l’Italia in diretta” in onda in prima serata su Raitre.
Una descrizione, in realtà, prima di ogni cosa, di se stessa e del modo di fare informazione.
Chiedo venia se non mi occuperò del modo becero, totalmente unilaterale e in definitiva fazioso con cui nella trasmissione si è montata la questione della “precarietà” ma mi premeva riferire di come è stato trattato, cioè allo stesso modo, il “caso Grillo”, la questione della cosiddetta “casta”.

Ospiti erano Oscar Giannino (Libero), Ferruccio De Bortoli (Il Sole 24 Ore) ma, soprattutto, il Presidente della Camera Fausto Bertinotti.
Oscar Giannino che ha fatto la figura migliore, ha sentenziato che questa politica non può riformarsi sa sola: ha ricordato, meritoriamente, i referendum elettorali dei primi anni novanta quelli di abolizione del finanziamento pubblico dei partiti traditi successivamente dall’agire parlamentare ma si è guardato bene da rammentare che erano referendum Radicali.
De Bortoli e Bertinotti hanno duettato sul vuoto politico in cui si sarebbe inserito il comico Beppe Grillo ma nessuno dei due si è ricordato che quel vuoto (quello degli altri partiti) storicamente ha costituito il pieno della proposta politica dei Radicali (la legalità delle massime istituzioni repubblicane, il finanziamento pubblico dei partiti, l’anagrafe degli eletti, il rispetto della costituzione e la democraticità degli statuti dei partiti, la trasparenza dei bilanci, la riforma anglosassone delle istituzioni ecc. ecc.).
Il conduttore, Riccardo Iacona, ad un certo punto ha tirato fuori un “pizzino”, asseritamente ritrovato da un giornalista al termine della riunione di un’istituzione assembleare campana. Si trattava una sorta di bignami, più volte inquadrato dalle telecamere, del più famoso “manuale Cancelli” in cui erano riportate le quote, secondo consistenza elettorale, delle nomine nelle partecipate pubbliche.
Margherita, Ds, “ci sono tutti anche del centrosinistra” ha chiosato Iacona. E no, non ci sto caro Iacona: “tutti tranne i Radicali”.
Non solo. Il Presidente della Camera pensando di assecondare quest’ondata “grillesca” da una parte ha decretato che la colpa della crisi della politica è da attribuirsi al maggioritario introdotto negli anni novanta (scordandosi volutamente delle consistenti correzioni e degli scorpori proporzionali e l’effetto scardinante dei rimborsi elettorali dei gruppi e delle norme sull’editoria politica) ma dall’altra ha, addirittura, superato il comico ligure affermando che andrebbero esclusi dell’elettorato passivo i meri inquisiti per mafia e non soltanto i presunti innocenti (condannati in primo e in secondo grado).
Con evidente risultato, come ha sottolineato il Direttore di Radio Radicale Massimo Bordin e io stesso in un articolo su questa rivista on line Lunedì, che alle prossime elezioni, perlomeno in alcune zone d’Italia, le liste dei candidati, le faranno direttamente le Procure.
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Non mi resta che riportare l’incipit di un mio precedente articolo su Notizie Radicali del Luglio di quest’anno…
“Ci sono un paio di insidie che nel dibattito politico, ma anche in quello radicale, di queste settimane andrebbero valutate. Da una parte forme di “ripetizione coatta” nel modo di fare politica, stereotipi consolidati, indicati dal senso comune e, dall’altra, cambiamenti e forme che, repentini, possono celare l’insidia solo del “nuovismo” e che, quindi, in buona sostanza, sono predittivi di un’occupazione e di governo, solo un po’ più efficaci e quindi potenzialmente più pericolosi, di quello che esiste, del già consolidato.
Ho l’impressione, infatti, che sia in corso un’operazione, mediatico-informativa, volta a consolidare e, persino, strutturare lo sdegno populista nei confronti di tutta la classe politica attuale, già maturato nei primi anni novanta.
Tutto il capitolo dei cosiddetti “costi della politica” agitato come mera accusa generalizzante e riguardante esclusivamente “la casta” corre il serio rischio, insomma, da una parte di nascondere il fatto di tutto un complesso sociale, direi di un modo di funzionare del consenso (o del dissenso) democratico, intessuto di ordini, corporazioni di categoria, baronie burocratiche, corpi intermedi pubblici e para-pubblici, soddisfatto dalla moltiplicazione della spesa pubblica e dall’altra di colmare la distanza che vi è tra scandalo, ancora capace di suscitare riforme, e rassegnazione per lo stesso metodo democratico.
Credo, poi, che la rappresentazione costante e generalizzata di una politica, a destra come a sinistra, al governo come all’opposizione, incapace di portare a soluzione uno solo dei dossier nazionali ed internazionali sia solo idoneo (se non lo è già stato) di produrre una selezione al contrario: l’aumento esponenziale dei cittadini dimessi e di quelli assenti dalla vita dei partiti nonché, la consequenziale, restrizione delle pretese di informazione sulla opzioni politiche ma anche dell’attività delle massime istituzioni italiane.
“Tanto sono tutti uguali” non è divenuta soltanto la frase tipica della chiacchierata da bar ma anche la parola d’ordine con cui le burocrazie e le “seconde file”, infinitamente più capaci e potenzialmente ricattatorie, liquidano il loro rapporto coi partiti e con la politica, in realtà per continuare a conservare o ampliare i privilegi di cui anche loro sono tributarie.
Bisogna essere molto prudenti quando questo può andarsi a saldare a vecchie o nuove campagne giudiziarie, grandi o piccoli scandali. Nella stragrande maggioranza dei casi, anche mediante apparenti modifiche normative dei sistemi elettorali, queste burocrazie non vogliono in realtà riformare, in radice, il funzionamento di una democrazia e di uno stato di diritto in senso più liberale e più socialista ma, semplicemente, vogliono perseverare loro stesse o lanciare una piccola o grande “opa” agli assetti esistenti, per scalare qualche posizione di vertice.”
… e dire che forse non c’è speranza per evitare una deriva esplicitamente non democratica e che quel “forse” è legato alla sopravvivenza dei Radicali.