Il mio 11 Settembre ... 6 anni dopo.
Si può, per certi versi è doveroso, criticare l'intevento americano in Iraq (ed in Afghanistan); di più occorre segnalare negativamente la politica di un Bush esclusivamente legata ad un approccio tecnico-militare.
L'11 Settembre, anche a sinistra, non può però ridursi solo a questa litania anti-Bush.
Come, però, è necessario sottrarsi alla altrettanto generica e pelosa solidarietà al popolo americano e ai cittadini newyorkesi quanto piuttosto è doveroso dedicarsi ad un'analisi postuma di quello che è successo.
Non si può sottovalutare che l'obiettivo dei fondamentalisti islamici era, infatti, proprio quello di colpire il modello democratico costituito dagli Stati Uniti d'America, come paradigma - fatto di mille contraddizioni, mille imperfezioni, mille errori ed inefficienze - del luogo dove ogni fondamentalismo viene disciolto nell'eterna dialettica tra maggioranza ed opposizione.
D'altronde non esiste laboratorio al mondo, come quello nord americano, fatto di istituzioni democratiche dove possano convivere decine etnie e provenienze geografiche, sociali, religiose ma soprattutto dove l'opposizione integrale al sistema americano diventi opposizione di successo cinematografico e mediatico come nel caso Micheal Moore; dove un ex candidato alla presidenza, Al Goore, in diretta mondiale e con decine e decine di artisti di fama internazionale al seguito può mettere in guardia gli americani sull'assenza di politiche ambientali nell'attuale asset politico statunitense.
Quello che volevano (e tuttora vogliono) colpire con l'attacco alle Torri Gemelle i terroristi quaedisti era proprio questo relativismo democratico, accogliente ed inclusivo degli Stati Uniti d'America.
Infatti se l'11 Settembre di 6 anni fa e i successivi attentati sul suolo europeo qualcosa ci debbono insegnare questa cosa è, proprio, quella di non sottovalutare la strategia di Al Quaeda.
Con particolare efferatezza essa ha indirizzato i suoi eventi verso quelli che apparivano simboli di successo delle democrazie occidentali, ha tentato di condizionare uno dei momenti più importanti per una democrazia come quello delle elezioni e, infine, ha tentato di incutere paura paralizzando quello che favorisce la relazione nelle nostre polis (il sistema dei trasporti urbani).

Certo, proprio quest'attenzione alla democrazia come procedura che va manutenuta ed aggiornata, oggi non può farci sottovalutare che la maggior parte delle risorse umane destinate, dal movimento terrorista islamico, provenivano da un periodo di residenza, indottrinamento ed addestramento in diversi paesi d'Europa, oppure erano proprio nate e cresciute sul suolo europeo (ma non su quello americano).
La domanda che dobbiamo farci è: c'è un nesso tra un Europa che si attarda a dibattere sulle sue radici cristiane e il fatto che essa stata sia stata culla o la balia di fondamentalisti e terroristi islamici ?
C'è un nesso tra le patrie di un'Europa, farraginosa e ricolma di poteri di veto e maggioranze qualificate, tutta presa a sussidiare economicamente una fallimentare politica agricola e, di converso, ad ostacolare l'allargamento verso la Turchia e a privarsi di una seria politica estera ed energetica comune e la provenienza geografica di alcuni dei terroristi delle Torri gemelle, di una rete quaedista particolarmente ramificata nel vecchio continente ?
Ma soprattutto un'Europa così debole democraticamente e politicamente, così assente e rinunciataria, può considerarsi un reale pungolo e una reale alternativa ai deficit e agli errori della politica americana di Bush ?
La cristianità, l'assoluto cristiano, o il fondamento cattolico-cristiano di Bush, italo-europeo non possono essere alla base ideale ed ideologica della risposta agli interessi economici, materiali e terroristici del fondamento islamico.
Questo tipo di risposta è quella che, purtroppo, fornisce substrato culturale per far attrarre altre persone verso la spirale dell'educazione all'odio, alla vendetta e, in definitiva, al martirio - interessato per alcuni - nei confronti degli infedeli.
La risposta occidentale deve essere, invece, solo la democrazia (proprio la sua potenzialità discussione permanente) quale opportunità di relativizzazione degli interessi, delle pulsioni, delle istanze (anche religiose) individuali e, in definitiva, di produzione della migliore sintesi possibile, della migliore convivenza possibile.