La tragedia immensa dei clandestini.
Una tragedia è sempre tale, in qualunque parte del mondo avvenga. Ma ogni tragedia ha una sua storia, ti dà emozioni diverse, è più o meno sentita rispetto ad un'altra.
A volte la partecipazione è commossa e dolorosa, a volte è un profondo sentimento di rabbia, altre volte sono l'orrore e lo sdegno.
Ma inutile nascondercelo ci sono tragedie che fanno meno effetto di altre, che pur avvenendo così vicine a noi, sembrano coinvolgere il nostro paese meno di altre, danno complessivamente meno emozioni, suscitano meno sentimenti di disgusto e pietà rispetto ad altre.
Avvengono nella disattenzione più totale, e sono invece uno stillicidio continuo di morti che avviene sulle coste della nostra penisola.
E nient'altro che l'ennesima tragedia del mare è quella accaduta ieri sulle coste della Calabria e nel siracusano, in pratica due naufragi che sono costati la vita a 16 immigrati che, in due diversi episodi, cercavano di raggiungere il nostro paese.
Fino ad ora, sono infatti complessivamente 16 i cadaveri recuperati dopo i due naufragi, sette in quello avvenuto al largo delle coste di Roccella Ionica e 9 a Siracusa, ma il bilancio è destinato a crescere, sono infatti ancora 50 i dispersi.
Morti che si aggiungono a morti, una tragedia immensa se pensiamo che a tutt' oggi sono più di 10.000 i clandestini morti nel vano tentativo di raggiungere il nostro paese.
Ed è un continuo stillicidio che avviene spesso nell'indifferenza totale del paese, notizie a volte relegate a chiusura di un telegiornale.
Con sgomento se ne capisce la ragione.
In genere questa è gente che se ne muore lontano dai nostri occhi, nel buio del mare, le loro urla spesso sono coperte dal rumore del vento e delle onde.
Ci tolgono persino il fastidio di dare loro accoglienza, ci lasciano solo quello di dare loro una pietosa sepoltura.
Queste tragedie hanno in fondo il solo difetto di non avere colpevoli apparenti.
Se dovessimo cercare colpevoli forse dovremmo guardarci attorno e a volte guardare dentro di noi, nei nostri piccoli o grandi egoismi.
Nel Myanmar abbiamo qualcuno da odiare, da condannare, da maledire.
Ci liberiamo così la coscienza, ci sentiamo partecipi e migliori, ci lasciamo coinvolgere emotivamente, come è normale sia, ma non ce ne sentiamo colpevoli.
Tutto avviene, ma non per nostra colpa.
Lì abbiamo un popolo che combatte nel suo paese per affermare i suoi diritti, per proclamare la sua libertà.
Quello è un popolo che ha una speranza , una aspirazione, un sogno, e una ragione per combattere. Le loro speranze sono le nostre, i loro desideri i nostri.
Quì al contrario assistiamo alla morte di chi ha perso ogni speranza di lotta e di vita nel suo continente.
E' gente sconfitta dalla vita questa e che non riesce più ad immaginare un avvenire, nè per sè e neppure per i figli all'interno dei confini del loro paese, e che cerca, a volte invano e disperatamente, di raggiungere il nostro.
L'impossibilità ad accoglierli tutti ci fa sentire meno colpevoli, ci dà giustificazioni che non dovremmo avere, ci rende egoisti quando invece sarebbe necessario avere grandi slanci di generosità.
Per prima cosa sicuramente vanno perseguiti i criminali, che fanno del traffico del clandestini, il loro mezzo di arricchimento.
Ma questo risolve solo il nostro problema , non il loro.
Il loro problema rimane inalterato lì nel loro paese e nel loro continente, l'Africa o il medio-oriente.
E per l'Africa non nutriamo molte speranze che, da sola, riesca a risolvere i suoi gravi problemi. Quel continente che è stato la culla del genere umano e della civiltà ora è solo un continente da cui tanti vorrebbero fuggire, non più culla dell'uomo, ma solo tomba per tanti uomini.
E' per questo che meriterebbe, e questo anche nel nostro interesse, un grande progetto di sviluppo e di solidarietà da parte dell'Europa.
Resta da chiedersi amaramente, quanti clandestini riusciremo ancora ad accogliere, e quanti ne dovranno ancora morire prima di poter affrontare con serietà e responsabilità il problema.
Mantenendo però salda la speranza che il problema non venga risolto solo seguendo il principio di impedire l'immigrazione clandestina, condannando così questi diseredati a morire a casa loro, però lontani dalle nostre coste, lontani dai nostri occhi , lontani dalle nostre coscienze.
Ma inutile nascondercelo ci sono tragedie che fanno meno effetto di altre, che pur avvenendo così vicine a noi, sembrano coinvolgere il nostro paese meno di altre, danno complessivamente meno emozioni, suscitano meno sentimenti di disgusto e pietà rispetto ad altre.
Avvengono nella disattenzione più totale, e sono invece uno stillicidio continuo di morti che avviene sulle coste della nostra penisola.

E nient'altro che l'ennesima tragedia del mare è quella accaduta ieri sulle coste della Calabria e nel siracusano, in pratica due naufragi che sono costati la vita a 16 immigrati che, in due diversi episodi, cercavano di raggiungere il nostro paese.
Fino ad ora, sono infatti complessivamente 16 i cadaveri recuperati dopo i due naufragi, sette in quello avvenuto al largo delle coste di Roccella Ionica e 9 a Siracusa, ma il bilancio è destinato a crescere, sono infatti ancora 50 i dispersi.

Morti che si aggiungono a morti, una tragedia immensa se pensiamo che a tutt' oggi sono più di 10.000 i clandestini morti nel vano tentativo di raggiungere il nostro paese.
Ed è un continuo stillicidio che avviene spesso nell'indifferenza totale del paese, notizie a volte relegate a chiusura di un telegiornale.
Con sgomento se ne capisce la ragione.
In genere questa è gente che se ne muore lontano dai nostri occhi, nel buio del mare, le loro urla spesso sono coperte dal rumore del vento e delle onde.
Ci tolgono persino il fastidio di dare loro accoglienza, ci lasciano solo quello di dare loro una pietosa sepoltura.
Queste tragedie hanno in fondo il solo difetto di non avere colpevoli apparenti.
Se dovessimo cercare colpevoli forse dovremmo guardarci attorno e a volte guardare dentro di noi, nei nostri piccoli o grandi egoismi.
Nel Myanmar abbiamo qualcuno da odiare, da condannare, da maledire.
Ci liberiamo così la coscienza, ci sentiamo partecipi e migliori, ci lasciamo coinvolgere emotivamente, come è normale sia, ma non ce ne sentiamo colpevoli.
Tutto avviene, ma non per nostra colpa.
Lì abbiamo un popolo che combatte nel suo paese per affermare i suoi diritti, per proclamare la sua libertà.
Quello è un popolo che ha una speranza , una aspirazione, un sogno, e una ragione per combattere. Le loro speranze sono le nostre, i loro desideri i nostri.
Quì al contrario assistiamo alla morte di chi ha perso ogni speranza di lotta e di vita nel suo continente.
E' gente sconfitta dalla vita questa e che non riesce più ad immaginare un avvenire, nè per sè e neppure per i figli all'interno dei confini del loro paese, e che cerca, a volte invano e disperatamente, di raggiungere il nostro.
L'impossibilità ad accoglierli tutti ci fa sentire meno colpevoli, ci dà giustificazioni che non dovremmo avere, ci rende egoisti quando invece sarebbe necessario avere grandi slanci di generosità.
Per prima cosa sicuramente vanno perseguiti i criminali, che fanno del traffico del clandestini, il loro mezzo di arricchimento.
Ma questo risolve solo il nostro problema , non il loro.
Il loro problema rimane inalterato lì nel loro paese e nel loro continente, l'Africa o il medio-oriente.
E per l'Africa non nutriamo molte speranze che, da sola, riesca a risolvere i suoi gravi problemi. Quel continente che è stato la culla del genere umano e della civiltà ora è solo un continente da cui tanti vorrebbero fuggire, non più culla dell'uomo, ma solo tomba per tanti uomini.
E' per questo che meriterebbe, e questo anche nel nostro interesse, un grande progetto di sviluppo e di solidarietà da parte dell'Europa.
Resta da chiedersi amaramente, quanti clandestini riusciremo ancora ad accogliere, e quanti ne dovranno ancora morire prima di poter affrontare con serietà e responsabilità il problema.
Mantenendo però salda la speranza che il problema non venga risolto solo seguendo il principio di impedire l'immigrazione clandestina, condannando così questi diseredati a morire a casa loro, però lontani dalle nostre coste, lontani dai nostri occhi , lontani dalle nostre coscienze.






























1 commenti:
Noi siamo doppiamente colpevoli.
Una prima volta perchè non vogliamo aiutare un continente intero a vivere (lì non dobbiamo andare ad esportare la nostra democrazia perchè ne ricaveremmo ben poco).
La seconda volta perchè, pur essendo un popolo che ha conosciuto in maniera pesante il fenomeno dell'emigrazione, non abbiamo imparato la cultura della solidarietà
Posta un commento