domenica 25 novembre 2007

L'insostenibile leggerezza di ogni decisione e di ogni missione

L'ennesima strage dei talebani ha tolto la vita al maresciallo Daniele Paladini, morto mentre lo stavano evacuando in elicottero verso Kabul, assieme ed altri tre soldati italiani rimasti feriti.

Il bilancio delle vittime afghane è molto più grave: 9 sono i morti, compresi tre o quattro bambini; una dozzina risultano i feriti.
L'attentato è avvenuto ad opera di un terrorista che aveva scelto, come luogo del suo attentato, proprio il vecchio ponte sovietico che i soldati italiani avevano deciso di ristrutturare.
Vistosi scoperto il kamikaze si è fatto saltare subito in aria, nelle vicinanze di alcuni civili, mentre il maresciallo Paladini si stava avvicinando a lui, forse proprio per fermarlo.
Non era ancora giunta in Italia la notizia della morte e del ferimento dei nostri militari che già erano, come al solito, scoppiate le prime polemiche tra i fautori dell' immediato rientro dei nostri militari dall' Afghanistan e chi, al contrario, sostiene la necessità della nostra permanenza in quel paese.
E' utile ricordare che l'impegno assunto dal nostro contingente in Afghanistan è avvenuto su mandato dell'Onu.
Come spesso accade le polemiche dividono esattamente a metà il nostro paese.
Da una parte la sinistra estrema che unita chiede il ritiro immediato del contingente , dall'altra il resto del governo e l'opposizione con Forza Italia, An e Udc che sostanzialmente dichiarano che "Chi chiede il ritiro dei militari italiani dall’Afghanistan si schiera con i kamikaze.
Prodi dice nel frattempo che a suo avviso "non si è trattato di un’offensiva contro gli italiani ma contro il popolo afgano" e , tanto per dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, sostiene che "la presenza militare italiana in Afghanistan non è in discussione, ma occorre riflettere su una strategia politica di lungo periodo in quel paese".
E io credo sia sempre opportuno riflettere per le scelte fondamentali di un paese.
Lo strano è che noi italiani riflettiamo sempre e solo dopo fatti luttuosi che coinvolgono emotivamente le nostre coscienze e la nostra sensibilità.
Lo strano è anche che siamo sempre un poco stonati su queste cose, sempre fuori tempo e fuori luogo.
Non ci accorgiamo che esiste un momento delle riflessioni ed uno del silenzio.
Noi parliamo ad alta voce proprio nel momento in cui ci si aspetterebbe che tutti se ne rimanessero in rispettoso silenzio di fronte alla morte dei nostri connazionali e rimaniamo in colpevole silenzio proprio nel momento in cui dovremmo parlare e riflettere.
Ed è chiaro che la morte di Paladini ci chiede una motivazione, non può essere morto in Afganistan mentre i suoi connazionali si interrogano ancora se sia giusta la loro presenza in quel paese.
Paladini in questo caso sarebbe morto per la nostra stupidità, mentre al contrario è morto per difendere un popolo dalle atrocità dei talebani.
Ricordiamo come l'integralismo islamico aveva ridotto l' Afganistan, ricordiamoci in che condizioni si trovava il paese, in mezzo a quali crudeltà si viveva, chiediamoci se quella poteva essere considerata vita.
Ricordiamo la condizione femminile nell'Afghanistan dei talebani e pensiamo che Paladini è morto per non permettere più vengano perpetrati tanti soprusi e sopraffazioni sui civili, sui bambini e sulle donne.
Ma pensiamo anche che la nostra missione non è una passeggiata in estremo oriente.
La nostra era e rimane, una difficile missione di pacificazione di un paese diviso da odi tribali, che avrebbe richiesto e richiede ancora, non un impegno civile, ma un impegno militare di anni.
Al contrario noi Italiani siamo partiti con la falsa convinzione che la nostra permanenza sarebbe stata di breve durata.
Partiamo sempre noi Italiani con la voglia e la speranza di un immediato ritorno e con la falsa convinzione di essere sempre bene accetti, perché ci sentiamo buoni e generosi, sempre e in ogni caso. Sono sempre leggere le nostre decisioni, a volte quasi spontanee ed improvvise ma poi facciamo fatica e reggerne il peso, che ci pare alla lunga insostenibile.
Abbiamo, tra l'altro, talmente assimilato la retorica cinematografica dei liberatori Americani della seconda guerra mondiale, che siamo sempre convinti di essere accolti da trionfatori in ogni paese. Non sempre dobbiamo scontare debba essere così.
Mascheriamo poi la nostra presenza militare in mezzo mondo con i più sciocchi sentimenti umanitaristici, come se si dovessero esportare ospedali ed opere civili, per forza di cose assieme ai fucili, agli aerei ed ai cannoni. Dividiamo le cose se vogliamo esportare ospedali facciamolo ma non pretendiamo di esportare con quelli anche aerei e cannoni e carri armati
Ricordiamo e diciamo ad alta voce, ma diciamolo prima di partire, che la nostra è una presenza militare a tutti gli effetti e riconosciamo che, spesso, l'impegno in operazioni militari richiede il sacrificio di vite umane, e che quando ciò accade deve essere il paese intero che si deve stringere attorno a lui e ai suoi familiari.
Si muore per la propria patria , si muore per i propri ideali, si muore per difendere la libertà, a volte la propria o quella di altri popoli.
Ma si muore sempre per un motivo, e anche Paladino è morto per questo.
Noi abbiamo voluto che si recasse in Afganistan su mandato internazionale a difendere dei valori e delle idee, che sicuramente anche lui condivideva.
Non facciamo sì che si possa pensare che Paladino è morto per un paese che ancora si interroga se sia giusto o meno rimanere in Afghanistan, e che forse non ricorda nemmeno più perché e per ordine di chi, vi era andato.
Ma poi, cerchiamo anche di non essere talmente stupidi ed illusi di non sapere che, nel momento stesso in cui siamo partiti, ci stavamo imbarcando in una missione quasi impossibile da realizzare, difficilissima , forse anche senza grosse speranze di riuscita.
Lo dovevamo sapere prima che ci stavamo recando in un paese che non è altro che un ginepraio di culture e di mentalità tribali, talmente diverse dalle nostre che forse un qualche attimo di riflessione in più ci avrebbe consigliato maggior cautela.
Ma ora ci siamo, la decisione è stata presa, sia pure superficialmente, tanto tempo fa, e ci è costata sacrificio di mezzi e di vite umane, lì dobbiamo rimanere per ora, senza false illusioni ; senza pensare, dimenticando la nostra storia di secoli, di essere considerati per forza di cose e da tutti, un esercito di liberatori.
Ricordiamoci al contrario che per molti siamo sempre un esercito occupante, sia pure svolgendo, con onestà ed impegno, una difficilissima missione di liberazione e di ricostruzione di un paes.
Un esercito che dovrà rimanere, anche a fronte di grandi sacrifici, fino al giorno in cui avrà raggiunto un minimo di quegli obiettivi che si sono prefissati, ma che non dovrà prolungare la sua presenza in quel paese un solo giorno più del dovuto o del necessario, nella convinzione che prima ce ne andremo dall' Afghanistan e meglio sarà per tutti.

1 commenti:

Franca ha detto...

Tutti i morti vanno rispettati come morti.
Questo morto è l'ennesimo che è caduto facendo il suo lavoro, esattamente con un muratore cade da un ponteggio magari perchè non vengono rispettate le norme di sicurezza.
Merita più rispetto perchè porta una divisa? Perchè combatte una guerra che io ritengo ingiusta?
Tutte le domeniche negli stadi si dovrebbe fare un minuto di silenzio, perchè ogni giorno c'è qualcuno che muore compiendo il proprio lavoro.
Noi non siamo in Afghanistan per portare la pace. Noi siamo lì per fare gli interessi di Bush, per garantirgli le basi americane che possano controllare la regione