Mugabe, la bestia umana.
di Fabrizio Rusconi
“Il Matusadona National Park, nella valle dello Zambesi, è uno dei molti luoghi del Paese in cui si vorrebbe, immediatamente, restare per sempre. Purtroppo non si sottrae alla devastazione dell´era Mugabe. Per sopravvivere, i residenti vendono agli stranieri qualsiasi animale. In tre anni lo Zimbabwe ha perso il 50% della fauna selvatica. Elefanti, leoni, cercopitechi, kudu, zebre, impala, ghepardi reali, nyala, pitoni e coccodrilli sono a prezzi di saldo. Il governo ha riaperto la caccia grossa, le riserve private sono un tiro a segno. In sei anni i rinoceronti neri sono scesi da 3 mila e 200” da Repubblica.
“Era il nostro primo leone, eravamo ignorantissimi e questo non era quello che noi eravamo pagati per vedere”, Ernest Hemingway, Verdi colline d’Africa.
Siamo una stirpe antica e fiera; la natura ci ha dato il vantaggio di una posizione suprema nella catena di vita e morte. Non conosciamo il concetto di male ma solo il richiamo del sangue che per noi è giusto come il respiro e come il vento che a volte nelle stagioni che precedono la grande calura, sferza queste regioni. Ho sentito dire da dei portatori negri che qui siamo nello Matusadona national park. Per me e ciò che sono questo nome non sa di niente e non vuole dire niente. Una cosa però è chiara: in quel nome è implicito un limite e una sopravvivenza. La nostra antica stirpe non conosceva l’uomo e le sue parole senza senso e poteva spaziare fino al sole rosso che si nasconde dietro la schiena della terra. Oggi siamo anche noi prigionieri delle parole dell’uomo. La nostra antica stirpe è soggiogata dall’uomo. Ogni tanto un odore dolciastro arriva fino a me che dormo sopra le mie costole e le mia ossa bianche e forti. È l’odore dell’uomo che mi guarda e mi teme. Questo si sporge dalla corazza di un animale senza cuore che ha la pelle lucente e dura. So che mi osserva e provo rabbia e vergogna dinanzi a ciò che sono diventato oggi mentre i padri dei miei padri correvano liberi fino a dove arriva il sole, dietro la schiena della terra che dorme. Tutto esisteva prima che l’uomo nudo nascesse e iniziasse a farne tema della sue leggende attribuendo parole a ciò che esisteva e che era sempre esistito. Io sono chiamato dall’uomo nudo come i miei padri, il che è giusto perché io sono loro e loro sono me. Ma poi all’uomo nudo non bastò dare un nome semplice a ogni cosa distinta. Questa nostra terra dormiente la chiamò in mille modi. E ogni nome doveva essere tenuto separato dall’altro da invisibili barriere di sangue. Il potere dei nomi venne imposto anche al regno animale che non ne aveva bisogno perché in esso regnava l’armonia dell’unico e del simile.
Una lunga serie di morti mi insegna che niente uguaglia la crudeltà dell’uomo. Non le mie zanne, non le mie unghie sanguinarie che pure hanno strappato morte e dolore a mille creature di pelo e sangue. Ho anche imparato che ogni ingiustizia che colpisce uno di loro viene a spegnersi qua, tra indicibili sofferenze. Ci sono uomini nudi dalla pelle nera e uomini nudi dalla pelle bianca come la corteccia di un albero secco. I primi sono più vicini e ricorrenti, vivono all’aperto e conoscono le tracce che lasciamo nella sabbia, sulle cortecce degli alberi e presso il fango dei guadi. Gli altri ci osservano da lontano parlano tra loro e interrogano l’uomo nudo dalla pelle nera. La foresta è qualcosa di vivo e così anche quando nessun animale, è lì, tra gli alberi, la foresta vive e vede. Rimane tutto impresso, ogni cosa accaduta conserva anche per mesi la sua presenza. L’odore della paura, quello del sangue sono quasi indelebili e somigliano a un albero sradicato. La foresta lo ricorderà a lungo per noi tutti. Ecco perché io, che pigramente mi sazio di ombra e silenzio, so tutto. Sono cinque giorni che digerisco la carne dell’ultima antilope uccisa e divorata eppure so tutto. Ed è questo sapere che mi ferisce più di un colpo di bufalo.
Uomini disperati dalla pelle nera sono venuti fin qui per uccidere e torturare. È successo l’altra notte; succede tutte le notti del mondo. E ogni volta che l’occhio di fuoco del giorno nasce dalla pancia della terra, conosco la sofferenza che l’uomo ha portato e porterà.
Hanno strappato le zanne bianche e cave a un elefante. Lo hanno inseguito su una pista di sassi e terra cavalcando gli animali dalla pelle lucente che fanno rumore e fumo. Uccelli si sono alzati in volo urlanti; li ho sentiti fin qui, ho sentito l’urlo terrorizzato della foresta. Ho urlato anch’io. Intanto l’uomo sparava coi suoi fucili.
Hanno catturato prede vive e le hanno trasportate, con l’incantesimo del sonno, nella pancia di ferro dell’animale che corre; altre terrorizzate si sono rannicchiate in un angolo, strappate al loro ambiente, sono state vendute all’uomo bianco.
Ho visto un altro fiero abitatore di queste lande combattere per sopravvivere, la sua corazza scura bucata da colpi che esplodevano. Il suo corno, di cui perfino io temo la potenza, tagliato con inusitata crudeltà da mani negre. E su quel corpo infierire per ore.
Domani mi sposterò fino all’acqua che i neri chiamano Kariba. L’ho vista ritirarsi e inacidirsi. Sui tronchi d’alberi secchi e grigi come le piume di certi uccelli, è restato il segno delle stagioni. Spero di trovare anche per quest’anno l’amica acqua perché dentro ho mille spilli che mi divorano come io ho divorato,col la carne, il sangue dolce dell’antilope. Bisognerà evitare l’acqua putrescente delle marcite dove dorme la morte. Bisognerà muoversi con circospezione perché l’uomo col fucile è là che aspetta le sue prede assetate. Forse domani morirò e loro avranno la mia criniera e la mia testa morta diventerà un trofeo nelle mani di un bianco. Forse vivrò ancora tre stagioni. Ma alla fine morirò; spero solo di lasciare la mia carcassa a questa terra. Sdraiarmi e dormire fino all’eternità e non aprire gli occhi negli occhi di altri per vedere l’orrore.
Reader Comments (8)
Se il re della foresta parlasse, probabilmente userebbe le tue parole. Bellissimo.
Conosci le Nick Adams Stories?
Che è poi quello che avrebbe voluto il mio amico Ezio, vecchio leone ferito a morte, costretto a morire in un'asettica camera d'ospedale.
Ciao.
Complimenti gran bel pezzo! Parole sentite, emozioni intense, un articolo che vuole arrivare al cuore oltre che alla testa di chi lo legge. E ci riesce benissimo.
No, Stefania non conosco le Nick Adam's Stories, parlamene tu. Grazie per i complimenti: sono felice che il 'leone parlante' sia credibile. Loro non hanno voce e mi lusinga pensare di avergliela prestata.
Che cosa si può dire, di un'emozione? Queste parole riscuoterebbero gli animi più spregiudicati.
Sono "Le Nick Adams Stories" di Hemingway. Le ho amate da sempre.
Ecco leggendo questo pezzo, ci ho dovuto pensare.
Tutto qui.
Grande il Leone, da noi difficilmente un animale potrebbe parlare così, specialmente un pollo d´allevamento