Slealtà. In aula a Milano al processo per il sequestro dell'imam egiziano Abu Omar (17 febbraio 2003) sul banco degli imputati per un giorno sale il Governo. Accusato dai procuratori aggiunti Ferdinando Pomarici e Armando Spataro di essersi «appiattito in un modo avvilente per le istituzioni sulle posizione di un imputato»: il generale, ex numero uno del Sismi, Nicolò Pollari a giudizio, insieme a funzionari del servizio segreto militare e agenti Cia per il rapimento del religioso, ritenuto un terrorista, sequestrato in Italia e poi consegnato all'Egitto dove è stato detenuto per mesi. Le indagini e poi il processo sono diventate materia da Corte Costituzionale quando il Governo ha sollevato il conflitto con la Procura di Milano, a sua volta ricorrente ai giudici della Consulta, perché a Roma ritenevano che fosse stato violato il segreto di Stato.
Ma solo poche settimane fa sembrava che tra i due poteri dello Stato si raggiungesse un accordo. Un "patteggiamento" finito nel cestino quando il presidente del Consiglio uscente, Romano Pro di, si è tirato indietro facendo sapere che ora poteva occuparsi solo dell'ordinaria amministrazione. E così ora la Procura, fallito l'accordo (l'udienza della Consulta si terrà l' 8 luglio) chiede che il processo, sospeso proprio perché fosse sciolto il nodo sul segreto di Stato, prosegua nonostante «la sleale opposizione alla celebrazione di questo processo».
Palazzo Chigi non ci sta e replica: «È del tutto arbitrario affermare, come sembra sia stato fatto, che l'avvio della trattativa sia stato opera del governo e, ancor di più, che al governo sia imputabile qualunque slealtà di comportamento... Il ruolo della presidenza del Consiglio dei ministri e dell'attuale governei è stato lineare e sempre rispettoso della legge e delle istituzioni». E il guardasigilli Scotti chiede di attendere la Consulta.
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