Rigore tridimensionale
Il graffito moderno è sempre stato una forma di protesta. Portato nelle gallerie perde però questa connotazione, viene legalizzato e, mutato in fenomeno di costume, deve scendere a compromessi con le regole sociali.
A questo punto il writer, legittimato nel realizzare le proprie opere, dovrebbe avere a disposizione degli spazi autorizzati e non una parete qualsiasi scelta a caso; se l'arte e il bello sono gusti personali e non del critico di turno, chi non ritiene piacevole o artistico un graffito (come un taglio attraverso una tela o la merda d'artista) non dovrebbe essere obbligato a vederlo tutte le mattine sul muro di casa propria.
A meno che non ritorni semplice mezzo di denuncia: allora il posto più in vista, il graffito che più disturba, è quello giusto.
Questa trasformazione a me non piace, la trovo una mercificazione di un'idea popolare, patrimonio di tutti stratificato nella storia sociale, che diventa guadagno economico per pochi. Il duro mondo dell'arte però è questo e l'unica cosa che mi rimane è ragionarci un po' su e poi continuare dritto per la mia impopolare strada.
Resta comunque il fatto che a me i graffiti piacciono: la freschezza del colore, il ritovare, sparsa per la città, la continuità della stessa mano, la collaborazione tra writers con stili differenti, il girare l'angolo e trovarne uno nel luogo meno atteso.
E i disegni tridimensionali dell'arcinoto (e bravissimo) Bros si adattano al meglio come modelli per continuare il mio apprendistato con Sketch Up, il software di progettazione 3D gratuito di Google.
PS: le tag non sono graffiti, imbrattano gli edifici come le pisciate di un cane che delimita il territorio.






























