Venti di riarmo, venti di guerre. Come conquistare la pace e quale ?
E' sempre difficile affrontare i problemi relativi alla guerra e alla pace. Qui volutamente tento di abbattere il muro logico e speculativo tra interno ed esterno, tra politica nazionale e quella internazionale.
Una cosa però sembra essermi chiara: la pace, purtroppo, è sempre più semplicisticamente intesa come assenza di scontro bellico.
La cosa non mi entusiasma, al punto da trovarmi in piena sintonia con Gandhi, quando affermava, innanzi ad un'ingiustizia patente, di preferire il nonviolento al violento ma quest'ultimo sicuramente al codardo; frase riassunta benissimo in una delle migliori associazioni della galassia radicale "non c'è pace senza giustizia" che ha contribuito in modo determinante all'istituzione del Tribunale Penale internazionale sui crimini contro l'umanità.

Certo il mondo, persino quello di cui discute la nostra classe politica, mi appaiono sempre più un coacervo caotico di informazioni che declinano atti e attività contraddittorie e non limpide rispetto alla costruzione, alla lotta di conquista non per una pace qualsiasi (magari col dittatore o la dittatura di turno) ma per una "pace giusta".
Dopo il miope e fallimentare intervento americano in Iraq e la ancora più miope esecuzione di Saddam anche altre tendenze, come la degenerazione del clima in Afghanistan, il difficile "dialogo" con Hamas, il riarmo russo, gli scudi spaziali americani ed europei, le minacce all'integrità israeliana, il riacutizzarsi di persecuzioni interne in Iran come in Palestina fino alla decretazione e all'esecuzione di sentenze a morte, le modifiche costituzionali in parecchi paesi non solo dell'America Latina che restringono gli spazi di democrazia e di alternanza - consolidando chi è già al potere - indicano, seppur non direttamente correlate tra loro, problemi aperti che sembrano andare in una direzione non rassicurante.
Quale potrebbe essere, dunque, una chiave di azione ?
Innanzitutto occorrerebbe fare uno sforzo ed assecondare una tendenza, anzi razionalizzarla: quella di concepire il diritto a vivere in pace e cioè in uno spazio fisico e giuridico democratico e dove si possa accedere all'esercizio di libertà storicamente divenute fondamentali come diritto che non può essere negato a nessun individuo sulla terra.
L'approccio individuale (del diritto internazionale) deve essere confermato e sostenuto; all'opposto si finirebbe per negare valenza a quella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo che al termine del secondo conflitto mondiale avrebbe dovuto segnare una cesura netta col passato (con il mondo voluto ed organizzato da sole patrie, da sole nazioni dominatrici incontrastate dei loro "sudditi", che abbiamo conosciuto come produttivo di nazismi, franchismi, fascismi e tutti gli -ismi che conosciamo).
Analoga sorte subirebbero quell'insieme di carte e convenzioni che a livello regionale hanno cercato di copiare e migliorare quella Universale.
Insomma il giustificazionismo, distaccato e saccente, di chi, conferma ogni status quo ed anche in prospettiva nega la possibilità che un insieme di persone si liberino dal giogo degli assolutismi (di ogni colore)- insistendo sul "tanto lo vogliono loro" - raggiunge il razzismo di chi giustifica l'intervento armato sulla pretesa superiorità di una cultura occidentale.
Ed è proprio qui il nodo: come ingerire negli affari di una entità, dotata di confini, di un potere reale che proietta all'interno e all'esterno ?
Il diritto di ingerenza con quali mezzi e prassi ma soprattutto da quali teorie deve essere sostenuto ?

Il Manifesto di Ventotene (di Rossi, Colorni e Spinelli) ci aveva già suggerito una cosa: l'alternativa al modello statuale - che aveva avuto una funzione storica per l'affermazione dei diritti e delle libertà individuali - doveva, in qualche modo, essere perseguita. La loro ricetta era, l'abbattimento degli steccati nei luoghi in cui si erano svolti o si stavano svolgendo la grande parte degli scontri bellici: la soluzione era la patria Europea.

A guardarla bene per i sognatori Rossi, Colorni e Spinelli (in realtà molto più realisti dei guerrafondai o dei pacifisti inermi di oggi) la soluzione era l'allargamento contagioso di uno spazio geografico, culturale, politico e giuridico in cui mettere a fattor comune le cose essenziali: la democrazia, le libertà e la giustizia sociale quale precondizione alla parità di accesso agli altri diritti dell'individuo.

Le nazioni non bastavano più e solo il progetto europeo (quello di allora non quello di oggi ripiegato sul dibattito sulle radici giudaico-cristiane o sulla lunghezza del normo tipo da commercializzare definito "melanzana") dava speranza di contagio.
Riprendere quell'idea, a livello planetario non sarebbe cosa disdicevole.
Anzi credo che si abbia bisogno di un "governo mondiale", di un'ONU riformata democraticamente e che divenga, anzichè rincorrere crisi belliche già conclamate o con una scia di sangue già impressionante (vedasi Darfur), promotrice attiva di democrazia e libertà nel mondo.
Bisogna abbozzare l'idea di uno "Stato democratico mondiale" e mettere in crisi, progressivamente, la valenza e l'utilità attuale degli "Stati Nazione".
Se si vuole che si ha estremo bisogno che riapra il dibattito, dopo le teorizzazioni di fine dell'ottocento e dei primi del nocecento su cos'è una democrazia e su come va manutenuta e aggiornata.
Pace - ho detto - non equivale ad assenza di guerra formale, dichiarata tra due o più stati. Quella pace, quella pacifista, potrebbe equivalere alla "conservazione" ma di che cosa ?
Magari di una persecuzione in atto, tutta interna ad uno Stato, nei confronti di un'etnia o semplicemente di qualche "diverso", di qualche oppositore.
Potrebbe significare "mano libera" - insanguinata - al potente, al dittatore o all'oligarchia di turno.
Certo l'intervento armato, la lotta armata, la difesa armata (quand'anche assumano le forme disciplinate militari) come ogni ipotesi o opzione violenta - anche se orientata a sconfiggere ingiustizie - stanno lì a dimostrare, sempre di più nei fatti storici che si sono succeduti ma soprattutto per la mancanza di coerenza rispetto al fine ("è il mezzo che prefigura - rende giustizia - ai fini"), solamente la temporaneità e l'inadeguatezza delle soluzioni, dei nuovi equilibri a cui arriva.
Violenza anche la più selettiva, memoria e ricordo della stessa, prima o poi tornano a galla e potrebbero essere capaci di sovvertire ogni nuova situazione, ogni parvenza di nuova "pace".
Qui il sottoscritto non intende propugnare il ritorno alle vecchie e decotte, soprattutto tragiche, pratiche di armare un dittatore (o peggio una debole democrazia) contro un altro.
Anche questo sappiamo cosa a prodotto ha partire proprio dall'esperienza saddamita.
Come promuovere democrazia, diritti e libertà allora ?
Certo il commercio e l'economia sono una grossa leva se si ha il coraggio di affermare che tutti i processi storici, e quindi anche quelli d'insediamento dei virus democratici, richiedono e del tempo per dipanarsi nella loro capacità di cambiamento; sono una grossa leva che può essere agita ponendo condizioni, clausole ma soprattutto se si ha l'ostinazione della vigilanza, del richiamo e, se necessita, dell'applicazioni di sanzioni.
Ma non basta. Occorre cominciare a rilanciare, nella forma attiva, quella che negli anni settanta era stata definita la "riconversione delle spese e delle strutture militari".
E' indubbio che ogni struttura nata per "belligerare" e ogni indotto che di ciò si alimenta costituiscano, già per il fatto di esistere in forze, il mantenimento in vita del sostegno all'opzione violenta.
Lo studio, l'analisi e, poi, la sperimentazione e il sostegno, interni ed esterni, invece a forme di resistenza, anche collettiva, nonviolenta, di difesa civile nei confronti dell'aggressione in armi potrebbero divenire altrettanti programmi da perseguire.
Il sostegno alla dissidenza democratica di altre nazione si arricchirebbe, così, anche della "teoria della prassi" degli stati cosidetti occidentali e già democratici che abbandonando, progressivamente, le strutture militari non abbandonerebbe, anzi rafforzerebbe, le convinzioni e vittorie dei processi democratici.
Senza contare la potenza simbolica, magari se opportunamente amplificata dai media, che avrebbe il sacrificio del resistere da parte del nonviolento.
La lezione da cui ripartire è quella di Gandhi e, per rimanere ad esempi italiani, quella di Capitini e di Dolci.