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Il laureato che piange

E’ incredibile! Dalle nostre parti, più di un laureato non trova lavoro proprio perché è laureato. Avete letto bene, è come se un ragazzo con la laurea avesse la fedina penale sporca.

In pratica, un laureato che non riesce a trovare un lavoro che si addica al proprio ambito di studi (e questo succede proprio qui, dalle nostre parti) e che abbia difficoltà a spostarsi al nord Italia (dove, da questo punto di vista, i giovani, pare se la passino molto meglio), e che abbia voglia di lavorare e non abbia problemi a svolgere lavori di livello inferiore rispetto a quelli a cui potrebbe ambire, presentandosi ad un colloquio di lavoro, riceve sistematicamente risposte del tipo “non appena ci sarà una proposta in linea con il suo profilo, non esiteremo a contattarla”.

Un laureato ha sicuramente delle ambizioni che vanno al di là di un lavoro, per esempio, prettamente manuale; non vivrebbe bene un ambiente lavorativo in cui potrebbero chiedergli, fra l’altro,  di andare a pagare bollette alla posta oppure di fare fotocopie (magari mi pagassero solo per fare delle fotocopie!). Così  i datori di lavoro, per evitare che un laureato, ribellandosi a ciò, alteri la serenità di un ambiente lavorativo, preferiscono, per la stessa occupazione, far lavorare chi una laurea non ce l’ha (presumendo un’umiltà più radicata e minori pretese da parte di questi ultimi). Ma secondo me il problema è un altro. I laureati, sicuramente ci mettono del loro; infatti c’è quello snobismo di fondo, da parte di questi, che ha permesso un simile luogo comune. Ma è soprattutto vero che il mercato del lavoro è saturo, le nostre piccole aziende non sono incentivate ad assumere risorse e le università sono fonti di miraggi nel deserto; esse non preparano al lavoro e i cinque anni di studio accademico si sarebbero potuti dedicare, in alternativa, ad imparare un mestiere veramente spendibile sul mercato (oggi un laureato, per spendere il proprio titolo deve avere la fortuna di trovare un’azienda che gli permetta di fare esperienza; è questa che si spende, non il titolo).

La soluzione non è certamente quella di mentire ai colloqui di lavoro, cioè di omettere che si è in possesso di una laurea (alla fine viene tutto a galla e si rischia di sentirsi dire “però, la prossima volta deve essere più sincero!”). Bisogna imparare un mestiere (magari quello che più ci appassiona), e fare esperienza sul lavoro, aldilà di uno stipendio (agli inizi, ovviamente!). Poi, successivamente, se è nelle nostre gambe, aprire una attività in proprio, oppure proporsi con quello che si è e non con quello che si ha.

E’ vero che nel mondo d’oggi ci sono sempre meno sicurezze, allora affidiamoci alle nostre esperienze, perché esse sono la nostra sicurezza.

4 Commenti
Postato il 23/07/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura
da tupu @ 23/07/2008 06:17 am
tupu.... laughing ma va bene lo stesso laughing
da chatty @ 23/07/2008 06:16 am
winkbrava tubu! ottimisti fino alla morte!
da tupu @ 23/07/2008 06:07 am
Anch'io forse avrei scelto di imaparare un mestiere...mi piace pensare che sarei diventata uno chef.... ma è tutta un'altra storia! Voglio guardare ottimista a riguardo e credere che inteligenza coraggio e un sorriso possano fare la differenza. Sarò la solita ottimista, ma il bicchiere mezzo vuoto mi portà giù il sorriso, e diventa un' "arma" in meno!!!
da frank @ 23/07/2008 05:48 am
Purtroppo la laurea e' diventata un titolo di studio cosi' poco spendibile che nei concorsi pubblici viene valutata quasi quanto un diploma di scuola superiore. angry
Per questo credo che se avessi avuto un'altra possibilita' non avrei fatto lostesso percorso formativo. angry
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