Le opere artistiche diventano portatrici di sogni e di incubi, incarnando l'identità e, come echi reversibili e mutevoli della personalità, ne sono i sostituti.

È un procedere speculare che Martin Kippenberger (1953-97) ha praticato sino all'ossessione, insistendo sul carattere mitico e geniale dell'artista, il cui culto esplode con l'astro Picasso, fantasma ancestrale dei suoi multipli mediatici, da Hirst a Koons.


Rispetto a questi, Kippenberger (al Moca Los Angeles, fino al 5 gennaio) tenta un'operazione duplice: dal 1976 comincia a esaltarsi, per auto-promuoversi e mettersi in luce, seppur quale bambino spezzato, mentre produce lavori tesi a demistificare il ruolo della creazione.

Da un lato realizza autoritratti ispirati ai grandi eroi artistici, da Beuys a Richter, che testimoniano la sua disperazione, la sua solitudine, il suo alcolismo, e la sua ribellione.

Dall'altro mette in crisi, con spirito fanciullesco e perverso, l'identità monotona e ripetitiva del linguaggio di pittura e scultura: le inchioda e si crocifigge, come una rana, sulla croce dell'idealismo e del purismo artistico, cari ai conservatori.


In questo fare provocatorio, che evita la maniera e il pensiero omogeneizzati, l'artista si offre come sacrificio espiatorio, ma anche vendicatore di un rituale: quello dell'ottusità e del perbenismo visuali.