
Roma. Non c'è questo, non c'è quello. Poco blu, troppo cubismo. Già immaginiamo le critiche. Ma Picasso è sempre Picasso.
E "La lettrice" del 1920 che arriva dai Centre Pompidou, "L'arlecchino" del 1917 dal museo Picasso di Barcellona, una Dora Maar che piange e mostra tutti i denti e faccia stravolta da dolore cubista, da soli basterebbero la visita.
Qui in più, in una mostra curata da Yves-Alain Bois, ci sono ben 180 opere che arrivano da collezioni private e pubbliche di tutto il pianeta.
Cinquantacinque anni dopo la grande retrospettiva curata dall'artista stesso alla Galleria Nazionale di Arte Moderna nel 1953, Roma rende un nuovo importante omaggio a Pablo Picasso, il più grande artista del Novecento, con una ricchissima esposizione al Complesso del Vittoriano: "Picasso 1917 - 1937 L'Arlecchino dell'arte" dall'11 ottobre 2008 all'8 febbraio 2009.
Opere su carta e sculture offriranno un quadro straordinario della frenesia creativa originale ed eclettica del maestro spagnolo, nel ventennio tra le due guerre mondiali.
Una selezione di importanti capolavori, che si inserisce nel novero delle più importanti rassegne dedicate a Picasso dai più prestigiosi musei del mondo.

La mostra, che nasce sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con la collaborazione del Comune di Roma - Assessorato alla Cultura e alla Comunicazione, Assessorato alle Politiche Educative, Scolastiche, della Famiglia e della Gioventù - della Provincia di Roma - Presidenza e Assessorato alle Politiche culturali - della Regione Lazio - Presidenza e Assessorato alla Cultura, allo Spettacolo e allo Sport -, con il patrocinio del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, del Ministero Affari Esteri, dell'Ambasciata di Francia in Italia e dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

La rassegna è organizzata e realizzata da Comunicare Organizzando di Alessandro Nicosia.

Yve-Alain Bois scrive:
"La storia dell'arte è ricca di pittori prolifici (benché nessuno raggiunga i livelli di Picasso) ed è tutt'altro che insolito riscontrare, nella produzione complessiva di un dato artista, stili alquanto distinti e talvolta persino contraddittori. Una simile varietà, tuttavia, è sempre il risultato di un'evoluzione, effetto di una maturazione personale. Questo è vero anche per la prima parte della carriera di Picasso: il periodo blu fu seguito dal periodo rosa, il periodo rosa dal cubismo. "

Il 1917, anno in cui si colloca appunto l'inizio di questa mostra, segna tuttavia una definitiva inversione di tendenza: Picasso smette di sostituire una data maniera con un'altra e non scarta più nulla, inventando stili sempre nuovi senza mai eliminare quelli precedenti.

Negli anni, anzi, si costruisce un incredibile arsenale di forme e approcci al quale attinge liberamente ogni volta che ne ha voglia o che lo ritiene opportuno. Di conseguenza non gli parra' affatto strano dipingere, nell'arco dello stesso mese o persino dello stesso giorno, un Arlecchino "neoclassico" e una versione cubista o magari surrealista dello stesso personaggio teatrale.
L'estrema libertà nei confronti del proprio corpus di opere e l'intenso desiderio di mantenere vivo qualsiasi prodotto creato dalle sue mani per rivisitarlo costantemente senza mai sentire il peso del concetto di "evoluzione" cronologica è appunto ciò che contraddistingue Picasso a partire dal soggiorno romano del 1917 e per tutto il ventennio successivo, senz'altro il più eterogeneo della sua carriera.