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"E’ per questo che ci tengono sotto: perché noi abbiamo il cuore e loro no. E quando lo buttiamo giù il padrone se andiamo in giro con il cuore in mano!" Nell'anno del Signore, Luigi Magni
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POLITICA
2 settembre 2008
Problemi di identità: voto agli immigrati o Malcolm X?
Cronaca attuale il ponte di dialogo lanciato da Veltroni a Fini sulla possibilità di far votare gli immigrati alle prossime amministrative.
Se non fosse che la maggioranza di governo è condizionata pesantemente da posizioni propriamente razziste e che il paese e in un picco di deriva reazionaria il problema non sarebbe nemmeno tanto spinoso.
Dato che stiamo parlando di persone che partecipano alla vita civile del paese in tutte le sue forme meno che nel poter scegliere i propri amministratori, si tratterebbe semplicemente di applicare il suffragio universale.
La faccenda ovviamente parte già chiusa e credo lo sapesse benissimo Veltroni che l'ha sollevata solo strumentalmente, non certo per portare a casa il risultato. Il niet di Berlusconi e della Lega è secco quanto scontato.

Detto questo cerchiamo almeno di sfruttare il caso per andare in profondità.
Magari arrivare a riflettere che la proposta porta i patronimici del capo dell'area politica che più di tutte (Lega a parte) ha fomentato la caccia allo straniero - Fini e l'ex AN -, e dell'allora sindaco di Roma - Veltroni - che più di tutti nel "campo democratico" ha aperto le porte della legittimità politica alla xenofobia.
Ricordate il caso della donna aggredita a Roma da un rom? La caccia al rumeno lanciata con il silenzio/assenso del Pd?
Quindi? Improvvisa conversione, momento di follia o che altro?

Diciamo tanto per iniziare che in presenza di una enorme emarginazione sociale e nei diritti di fatto (quelli che non ottieni solo perché sono scritti da qualche parte) come esiste per molti immigrati anche regolari, il diritto al voto diviene un puro esercizio di fantasia.
Che Fini sa benissimo che molti di quelli che potrebbero votare voterebbero destra, come accade nel resto d'Europa.
Che Veltroni affronta questa rivendicazione nei diritti civili esattamente - un po' più a destra in realtà - come l'affronta il suo partito-modello statunitense.
Ovvero per il PD la sostanza è la parità di opportunità formale, il diritto al voto tra italiani "di sangue" e altre etnie residenti, non l'effettiva parità sociale tra questi.
Una differenza perniciosa solo sulla carta perché i pari diritti di partenza tra un soggetto forte e uno debolissimo continuano a comportare sempre lo svantaggio del soggetto debolissimo che non ne usufruirà mai in pieno.
Da un lato si da il diritto (sacrosanto) di voto, dall'altra si usa pesantemente la discriminazione religiosa, il terrorismo psicologico del "nemico interno" (la "minaccia islamica", poi la "minaccia ruomeni", poi la "minaccia clandestini", tutta cronaca).

Negli anni '70 il rispettabile tipo in della foto già aveva capito chiaramente le radici del problema e lo spiegava -grosso modo- così:
"Possiamo votare, ma dovremmo votare il candidato bianco, scelto da bianchi, che dall'esterno viene a spiegarci le sue idee?
Oppure dovremmo votare il candidato nero, isolato, scelto dai bianchi e mandato da noi con la presunzione che ci rappresenti?
Noi vogliamo votare candidati che vengano da noi, scelti da noi, che rappresentino la nostra comunità."

Oggi da noi il problema è diverso, più articolato anche perché non è certo solo un problema etnico la separazione tra italiani e immigrati e le etnie sono molte e differenziate tra loro.
Però una delle cose che ci dice Malcolm X è di estrema importanza: non si affronta la radice del problema se la rivendicazione politica e la rappresentanza non viene dagli interessati.
Il diritto di voto per una categoria sociale debole è un'arma spuntata se non corrisponde alla possibilità e alla volontà di usarlo per portare avanti le due rivendicazioni di miglioramento.
Chi offre il diritto di votare con una mano e randella ogni comportamento difforme alla variante più nazionalista dello status quo con l'altra, non sta tessendo altro che un imbroglio.
Una spartizione di voti, non una conquista di diritti.

Dal dibattito sul voto agli immigrati manca una voce, quella degli immigrati.
Una voce che per ragioni puramente sociali, e non etniche, non può avere supplenti.
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