Il cuore
è un albergo solitario
di pioppi equidistanti
fiamme
non ancora stuprate
motori indescrivibili
vedo
gli oggetti e il loro compiersi
gli oggetti e il loro rincorrersi
quando
se mai accadrà
la notte al mezzogiorno
mistero
inferocito dalla nebbia
vedo
le frasi della nebbia
e con dissoluta calma
mi chiedo
se ho la forza
per tuffarmi nei confini
nei fianchi duri e scoscesi
come pini di vergine
nella linfa di un’idea
chiara e concentrica
come gli anelli della corteccia
vedo
numeri come alberi
la simmetria
della mia indolenza
la luce e la tenebra dei vigneti
i pampini riposati
e la svogliata gravità
Ricca -come sempre- di sensi “forti”. Ciclica e sincopata. Il dire procede a strappi, con rotorni, rimandi, successive approssimazioni, come a voler sottolineare che l’esperienza umanan non può essere ricondotta a un processo lineare, ma è costituita da un raffinare, ritornare sui propri passi, definire meglio, col passare del tempo. La musicalità del verso è tutta tua… E’ recente?
Apolide