ALCUNE RIFLESSIONI SULL’AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA
Lettera trasmessa al Capo Dipartimento
Signor Presidente,
è con grande piacere che Le rivolgiamo un caloroso
benvenuto, unitamente alle felicitazioni per l’alto
incarico che Le è stato affidato in qualità di Capo
del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
Cogliamo questa occasione per esternare, in
maniera estremamente sintetica, alcune nostre
riflessioni sui mali che affliggono il pianeta carcere e
con i quali Lei ha già sicuramente avuto modo di
confrontarsi: ma soprattutto, nell’ambito di quello
spirito di collaborazione costruttiva che sempre
deve animare a nostro parere il confronto tra le
Organizzazioni Sindacali e l’Amministrazione,
vogliamo provare a delineare qualche ipotesi
risolutiva. In primo luogo, vogliamo evidenziare
come noi crediamo fermamente nella funzione
rieducativa della pena, pilastro fondamentale non
soltanto di tutta la cultura penitenziaria italiana, ma
della civiltà giuridica nel suo insieme. Sarebbe
impensabile oggi, nel terzo Millennio, immaginare
un carcere solo punitivo, solo contenitivo, che privi i
ristretti di ogni prospettiva: chiaramente, le
esigenze di ordine e di sicurezza delle strutture
penitenziarie vanno di pari passo, i due concetti –
sicurezza e trattamento – non solo non configgono
tra loro, ma devono rappresentare le due facce
della stessa medaglia. E’ di tutta evidenza che oggi
il carcere non adempie alla sua funzione
rieducativa: la maggior parte dei ristretti passa le
giornate nell’ozio più completo a causa della
carenza di opportunità lavorative all’interno degli
istituti. Questo, a nostro avviso, è il problema più
scottante: noi crediamo che soltanto lo svolgimento
di una attività lavorativa esteso a tutta la
popolazione detenuta, possa realmente offrire
qualche prospettiva di cambiamento a queste
persone. Lavorazioni interne (per la produzione sia
di beni per l’Amministrazione che per la
realizzazione di commesse esterne), lavori domestici
(servizio di cucina, lavanderia, pulizie,
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