Alle prime luci dell’ alba, i panettieri e gli edicolanti diretti al lavoro correvano troppo velocemente per poter esser colpiti. All’ora di scuola, i ragazzi alla fermata del tram erano cosi’ occupati a controllare il gel sui capelli, le scarpe sapientemente slacciate e l’eccessivo strato di mascara delle ragazze, simili a grandi falene sotto le luci del mattino, da non riuscire a concentrarsi su qualcosa di piu’impegnativo di un sms.
Cupido aveva cercato di colpirne qualcuno, pensando che il seme dell’amore attecchisse meglio nella terra dei giovani, ma loro avevano schivato le frecce, piegandosi per raccogliere lo zaino che i compagni avevano buttato per terra e muovendosi come bisonti, per poi accalcarsi sul predellino: colpi sprecati, indubbiamente.
Al parco, durante la mattinata, le panchine erano rimaste vuote: tutti presi dal lavoro, dalla casa, dagli affari piu’ o meno sporchi ed urgenti. Qualcuno, di tanto in tanto, era passato accanto a Cupido, ma si trattava principalmente di persone che portavano a spasso, dietro compenso, i cani degli altri: facce tristi, o, nel migliore dei casi, vacue, a cui interessava solo tornare indietro al piu’ presto: infatti le frecce si erano infilzate negli alberi, con un rumore sordo.
A pranzo, nei ristoranti, la gente aveva mangiato di corsa, per poter rientrare in orario al lavoro, oppure era rimasta al tavolo con i colleghi, sorridendo meccanicamente alle battute del capo, che peraltro non aveva mai offerto un pranzo, sperando di entrare nei suoi favori e riuscire a farsi concedere le ferie per Pasqua. Nessuno spazio per una parentesi rosa, in quel frangente: Cupido non era neppure riuscito a prendere la mira, perche’ i locali erano affollati e la gente che si recava alla cassa finiva sempre per urtarlo, facendogli perdere il colpo.
Nel pomeriggio, gli automobilisti erano rimasti concentrati sui fatti propri. Di tanto in tanto, si erano messi a litigare per la precedenza o avevano tagliato la strada a qualcuno, cercando di guadagnare due preziosi metri di autostima: a nessuno, evidentemente, importava del bimbetto alato che scagliava, con disappunto, decine di dardi destinati a rimbalzare sulle carrozzerie tirate a lucido.
Cupido, innervosito, si era appostato dietro a una vetrina, ma anche cosi’, i colpi erano andati a vuoto: le donne che erano uscite dal parrucchiere o dalla boutique erano troppo orgogliose di cio’ che avevano appena pagato per desiderare una scintilla d’amore. Tagli alla moda, scarpe coi tacchi a spillo e maglie di cachemire le appagavano, e loro, abbagliate dai colpi di sole appena fatti, non sembravano nemmeno sospettare l’esistenza di un diverso tipo di felicita’.
Si e’ fatto e’ tardi: ora Cupido penzola mollemente dal ramo di un albero.
E’ stanco e demoralizzato: ha lanciato frecce, senza posa, dalle quattro di mattina, e ancora non ha colpito un solo bersaglio: purtroppo, oggi nessuno vuole innamorarsi.
Avvicinandosi il tramonto, decide di tornare a casa, con la testa bassa e gli occhi lucidi, incapace di dare un senso alla propria sconfitta, proprio nel giorno in cui mezzo mondo celebra nelle gioiellerie e nei locali trendy la cosiddetta festa degli innamorati.
Ed ecco che arriva, come un regalo inaspettato, la donna ideale: e’ una vecchia, un po’ malferma sulle gambe, che esce dal supermercato con due scatole di cibo per gatti. Indossa un paletot liso e raggrinzito, che un tempo doveva essere stato verde bottiglia, ma ora somiglia a una via di mezzo tra un vecchio panno da biliardo e il manto di un bradipo, pieno d’ acari ed alghe verdoline.
Sta tornando a casa per dar da mangiare ad Oreste, il gatto meticcio che da undici anni divide con lei casa, poltrona e televisione in perfetta armonia.
La donna alza lo sguardo, vede il bambino dai riccioli biondi e sorride.
Cupido, felice, prende l’arco e sposta la mano alla faretra: purtroppo, e’ vuota.
Eulalia, nascosta in un piccolo cuore di cristallo appeso al collo di Cupido, intaglia velocemente dei rami di tasso, sperando di arrivare in tempo.